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banca popolareRoma, 21 gen – Il consiglio dei ministri tenutosi nella giornata di ieri, ha, fra le altre cose tra cui l’investment compact, approvato anche il progetto di riforma delle banche popolari: il Governo, su forte spinta del ministro Pier Carlo Padoan, ha previsto che gli istituti con un patrimonio superiore agli 8 miliardi di euro dovranno superare la logica del voto capitario (un voto singolo per ogni socio, indipendentemente dalla quota di azioni possedute) e diventare società per azioni entro 18 mesi. La cancellazione del voto capitario potrebbe consentire alle grandi banche internazionali -principalmente Bnp Paribas, Crédit Agricole e Deutsche Bank- di rafforzare la loro presenza in Italia oppure facilitarne l’ingresso nel mercato per lanciare offerte pubbliche di acquisto in contanti.

Già nei mesi passati il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, si era pronunciato a favore di un riassetto societario del settore (in special modo in riferimento alle banche popolari quotate in borsa) e sia il Fondo Monetario Internazionale che la Commissione europea avevano espresso analogo auspicio.

Matteo Colaninno (Pd) nei giorni scorsi, ha espresso tutto il suo supporto alla riforma sottolineandone l’utilità per l’economia, soprattutto in relazione al superamento del voto capitario “queste misure porteranno più capitali nelle nostre banche e una governance più moderna in questa fase dove la solidità delle banche è determinante per il risparmio, il credito e la stabilità generale dei sistemi finanziari”; secondo l’esponente Pd “oggi è assurdo e limitante sia per le banche che capitalizzano miliardi di euro con migliaia di azionisti che per gli istituti di piccole dimensioni resistere con assetti che ormai portano molti più problemi che benefici”.

A “rompere l’idillio” è stato la raffica di dichiarazioni contro quello che l’economista Giulio Sapelli ha definito un “colpo di Stato in corso per decreto contro le banche popolari”: il presidente dei Popolari per l’Italia, Mario Mauro, ha fatto appello a tutti i ministri affinché in Consiglio si ottenesse “lo stralcio di quei passaggi che espongono le banche popolari all’aggressione dell’affarismo più deleterio”. Anche il presidente del gruppo parlamentare Per l’Italia – Centro Democratico, a Montecitorio, Lorenzo Dellai, ha chiesto al governo di procedere con prudenza e senza superficialità: “Costringere le piccole e medie banche cooperative a macro-fusioni imponendo soglie patrimoniali irragionevoli rischia di distruggere un modello di credito cruciale per lo sviluppo locale e la tenuta sociale dell’Italia”.

Voci contro il provvedimento si sono sollevate anche dal vice-presidente del Senato Maurizio Gasparri e dal rappresentante della minoranza interna al Pd Stefano Fassina.

Anche dal mondo accademico si sono avute reazioni avverse. Il professor Giovanni Ferri, professore di Economia Politica e pro-rettore della LUMSA, ha rilevato le performance deludenti fornite a livello globale dalle banche organizzate come società per azioni rispetto a quelle cooperative: “Molto meno esposte ad attività di tipo finanziario e pertanto più robuste verso i riflessi della crisi del 2008”.

Il problema, ha evidenziato l’economista, è la pressione internazionale a favore dell’adozione di un modello bancario uniforme finalizzato al più ampio rendimento per gli investitori. “Ma la riduzione di tale pluralismo aumenta la fragilità degli assetti bancari dei vari paesi”. Tanto più per l’Italia fondata sul un tessuto capillare di piccole e medie imprese a conduzione familiare. Realtà a cui si attaglia, osserva Ferri, il relationship banking, tipico del credito popolare e cooperativo.

Domenico Trovato

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