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Riforma sistema bancario italianoRoma, 10 mar – Dopodomani ricorre un importante anniversario.  Il 12 marzo del 1936 con il (DL 12 marzo 1936 n. 375 – legge 7 marzo 1938, n. 141), si riformava in maniera integrale ed unitaria il sistema bancario italiano. Il decreto legge poggiava su tre punti essenziali. In primis l’istituzione di un organismo statale avente funzioni di alta vigilanza e di direzione politica dell’attività creditizia. In secundis, introduzione della specializzazione istituzionale, temporale ed operativa degli enti di credito.

Molto importante fu la separazione tra banche operanti a breve termine e quelle operanti a medio lungo termine. Ed, infine, l’affermazione del principio della separatezza tra banche ed industria: le banche non potevano assumere partecipazioni in imprese industriali e commerciali.

Detta così non si comprende l’importanza di tale normativa. Tradotto in soldoni, significava che la Banca d’Italia era arbitro del sistema creditizio. In pratica, i banchieri dovevano decidere il loro core business: risparmio o speculazione. Non solo, ma anche era fatto divieto alle banche di entrare nei consigli di amministrazione delle aziende. Il principio è molto semplice. Chi eroga credito non può essere socio del creditore.

A tal proposito sul sito della Banca d’Italia si legge che: “In un contesto di preparazione alla guerra (nel 1935 iniziò l’aggressione all’Etiopia) venne elaborata, la legge di riforma bancaria del 1936. Una prima parte (tuttora in vigore) della legge definì la Banca d’Italia (istituto di diritto pubblico) e le affidò definitivamente la funzione di emissione (non più, quindi, in concessione). Gli azionisti privati vennero espropriati delle loro quote, che furono riservate a enti finanziari di rilevanza pubblica. Alla Banca fu proibito lo sconto diretto agli operatori non bancari, sottolineando così la sua funzione di banca delle banche. Una seconda parte della legge (abrogata quasi interamente nel 1993) fu dedicata alla vigilanza creditizia e finanziaria: essa ridisegnò l’intero assetto del sistema creditizio nel segno della separazione fra banca e industria e della separazione fra credito a breve e a lungo termine; definì l’attività bancaria funzione d’interesse pubblico”.

L’autorevole centro studi di Bankitalia dimentica però che il maledetto regime fascista iniziò ad occuparsi del sistema creditizio molto prima della guerra in Etiopia. Nel 1926 entrarono in vigore alcuni importanti decreti. Vediamo quali.  La Banca d’Italia diventava l’unico istituto di emissione e vigila tutte le banche. Essa, dunque, doveva autorizzare la costituzione di nuove aziende di credito, l’apertura di nuovi sportelli e le fusioni tra banche. Vi era, altresì, l’obbligo di accantonamento a riserva di almeno 10% degli utili e di presentare il bilancio d’esercizio e le situazioni periodiche alla Banca d’Italia.

Nonostante questi provvedimenti, la legislazione del 1926 si manifestò inadeguata ad evitare squilibri pericolosi tra la raccolta e gli impieghi. Nel 1929 la grande crisi investì il nostro paese e il nostro sistema bancario, essendo ancora molto legato all’industria, si trovò in gravi difficoltà. Lo Stato, in questo modo, fu costretto a intervenire con un duplice obiettivo: favorire il finanziamento degli investimenti durevoli delle imprese mediante mutui a medio lungo termine. E rilevare le partecipazioni industriali possedute dalle banche, onde restituire a esse la necessaria liquidità. Nacquero, quindi, nel 1931 l’IMI (istituto mobiliare italiano) e nel 1933 l’IRI (istituto per la ricostruzione industriale), che diventò poi perno del sistema delle partecipazioni che lo stato si era trovato a possedere dopo gli interventi.

Bisognerebbe, infine ricordare alle teste d’uovo di Palazzo Koch che la fascistissima legge del 1936 fu abrogata in parte solo negli anni novanta. Una bella carriera per una legge partorita da un regime illiberale. Il merito va tutto all’illustrissimo professor Giuliano Amato.  La legge 30 luglio 1990 n°218 (“Legge Amato”) portò avanti il processo di ristrutturazione delle banche di diritto pubblico secondo le norme della S.p.a. Gli effetti principali della legge furono diversi. Si rafforzò la struttura patrimoniale delle banche rendendo loro possibile il ricorso al mercato per la provvista di nuovo capitale di rischio, cioè per la loro ricapitalizzazione.  Si adeguò il processo di concentrazione delle banche, attraverso operazioni di fusioni tendenti a produrre dimensioni aziendali competitive a livello europeo. Ponendo di fatto le basi per la “privatizzazione” degli istituti pubblici.

Se questo non bastava, nel 1993, quando tutti pensavano a tirare le monetine contro i politici, il lavoro fu portato a termine. Il testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia “Ha riunito in un quadro unitario e organico le disposizioni esistenti, delineando così, una nuova struttura e una nuova disciplina del settore creditizio. L’attività bancaria: Ha carattere d’impresa: va svolta con criteri imprenditoriali e privatistici. Ѐ riservata alle banche: alle imprese in possesso dell’autorizzazione della Banca d’Italia e iscritte all’Albo”.

Grazie ad Amato il sistema creditizio è fondato sul principio della despecializzazione delle banche: istituzionale, temporale ed operativa.  Tutte le banche sono S.p.a o società cooperative per azione a responsabilità limitata.  Non esiste più la differenziazione tra banche che operano a breve termine e quelle che operano a medio lungo termine. Le banche possono operare in ogni settore e offrire una gamma maggiore di servizi. Le banche, inoltre, possono detenere partecipazioni nel capitale di imprese del settore industriale e commerciale e viceversa”.

Oggi giustamente la gente si sente oppressa dall’Europa delle banche. In realtà, la nostra sovranità l’abbiamo svenduta qualche anno prima. Bisognerebbe quindi riflettere bene per capire la vera genesi dei nostri problemi. La storia sempre ci riserva molte sorprese. Le vicende umane sfuggono alle categorie e ai recinti dentro cui noi vogliamo ingabbiarle. Infatti, fu il socialista riformista Alberto Beneduce ad aver avuto carta bianca da Mussolini per mettere ordine nel sistema bancario italiano. Sessanta anni dopo un altro socialista come Giuliano Amato metteva in mano ai poteri forti della finanza le sorti della nostra economia. Ma perché il fascismo-regime delegava la gestione dell’economia pubblica ad un socialista per di più massone? Per capire questo basta ricordare una frase tratta da Il Trattato del ribelle di Ernst Junger: “Il ribelle non si lascia abbagliare dall’illusione ottica che vede in ogni aggressore un nemico della patria”.

Salvatore Recupero

3 Commenti

  1. Complimenti Salvatore per il testo scritto,mi ha fatto capire cose importatnti ben diceva Ernst Junger.

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