Roma, 24 apr – Sin dall’inizio della guerra in Ucraina gli Usa, Europa e Giappone hanno cercato di fermare la Russia con le sanzioni e l’embargo. L’ambito più interessante è senza dubbio quello energetico, vero perno dell’economia russa. Qui le misure più drastiche sono state prese dagli Stati Uniti che, forti anche di una scarsa di dipendenza da Mosca, hanno imposto un divieto totale all’acquisto di petrolio, prodotti petroliferi, gas e carbone russi. Nell’embargo a stelle e strisce manca l’uranio. Non è stata una svista. Vediamo perché.

Gli Usa e l’uranio russo

Secondo il Dipartimento dell’energia statunitense, gli Usa importano uranio per il 22% sia dal Canada che dal Kazakistan e per il 16% dalla Russia, seguita poi da Australia (11%), Uzbekistan (8%) e Namibia (5%). Il restante 14% proviene, invece, dagli stessi Usa e da altri 5 Paesi.

Se facciamo bene i conti quasi la metà dell’uranio che serve agli Stati Uniti proviene da Mosca o da nazioni ad essa collegate come Kazakistan e Uzbekistan. L’uranio nonostante sia un metallo molto diffuso, è prodotto principalmente da sei nazioni: Russia, Kazakistan, Canada, Australia, Namibia e Niger.

Ma perché serve tanto a Washington? Semplice. È il principale combustile usato dalle centrali nucleari americane. Quindi niente sanzioni. Nel 2020, sempre secondo i dati dell’Agenzia del Dipartimento dell’energia, i proprietari e gli operatori dei reattori nucleari statunitensi hanno acquistato l’equivalente di circa 48,9 milioni di libbre di uranio. Tutto questo serve per portare la luce nelle case degli americani. Gli Stati Uniti ricavano un quinto della loro energia elettrica proprio dal nucleare.

Nuovi reattori vecchi problemi

Inoltre, nel futuro si ha intenzione di investire su dei reattori di nuova generazione che necessitano di un particolare tipo di uranio arricchito prodotto su scala commerciale solamente dalla Russia. I calcoli hanno previsto che sostituire l’uranio russo potrebbe costare più di un miliardo di dollari. Di male in peggio: non solo il legame con Mosca non potrà essere reciso in tempi brevi ma in futuro la dipendenza dalla Russia potrebbe farsi più stringente. Cerchiamo di capire meglio il perché.

Come riporta Start Mag: “il principale collo di bottiglia nella catena di approvvigionamento è nei processi di conversione e di arricchimento dell’uranio”. Per la fase di conversione è possibile rivolgersi solo a Russia, Francia, Canada e Stati Uniti. E per l’arricchimento soltanto a Russia, Stati Uniti e alcuni paesi dell’Europa occidentale. I motivi di quest’ostacolo sono due: l’uranio può essere arricchito solo da poche nazioni per ragioni di sicurezza, e poi il mercato per i servizi di conversione e arricchimento era considerato, almeno fino ad ora, saturo. Nonostante, queste criticità gli ucraini chiedono che anche sull’uranio vengano applicate le sanzioni.

Ci sarà una exit strategy?

Kiev chiede di vietare il combustibile nucleare importato dalla Russia e di tagliare i legami con Rosatom, la compagnia statale russa creata da Putin nel 2007, che produce quasi il 20% del combustibile nucleare del mondo – fornendo quindi un importante flusso di entrate per Mosca proprio come accade per i combustibili fossili. Ovviamente, la dipendenza dall’uranio russo non entusiasma neanche gli americani. Per questo il Congresso sta studiando una exit stretegy che renda gli Usa meno dipendenti da Putin. Sia i repubblicani che i democratici stanno lavorando a un progetto di legge condiviso. Entrambe le fazioni lavorano per cercare altri fornitori continuando a stringere il cappio delle sanzioni attorno a Mosca.

Senza l’uranio russo non sarà facile mandare avanti l’attività di 90 reattori nucleari. La differenza con il Vecchio Continente è chiara: gli americani prima di lanciarsi nel vuoto preparano il paracadute. Insomma, Washington prima di fare un embargo valuta attentamente costi e benefici. L’esatto contrario di quanto fatto da Bruxelles.

Salvatore Recupero

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