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Roma, 7 gen – Nucleare, fa paura solo a nominarlo. Basta infatti dire nucleare e subito parte un compatto coro di no. Il nucleare in Italia è una violenza, un vero e proprio tabù, il culmine del politicamente scorretto, persino peggio della pasta tripolina. Salvo poi naturalmente comprare dall’estero, e a caro prezzo, l’energia nucleare francese. E la pasta da qualche multinazionale con marchio italiano. E se il nucleare fa paura, le scorie fanno proprio orrore: figuriamoci nel proprio territorio. E così adesso, quando dopo molti anni, dal 2014, di valutazioni, studi e rinvii, i ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico hanno autorizzato la Sogin (la società pubblica che si occupa dello smantellamento degli impianti nucleari) a pubblicare la mappa dei 67 siti idonei
(8 in Piemonte, 2 in Toscana, 22 in Lazio, 1 in Puglia, 12 in Basilicata, 4 fra Puglia e Basilicata, 4 in Sicilia e 14 in Sardegna) per accogliere il Deposito Nazionale e il Parco Tecnologico, è scoppiata una vera e propria baraonda politica e mediatica.

Nucleare, tutti contro le scorie

Come era prevedibile, Comuni e Regioni da sud a nord, da destra a sinistra, sono insorti. Baraonda con elementi di ansia immotivata: per prima cosa sono stati individuati i siti idonei, quindi potenziali, e non il sito dove ex lege e per forza si farà il deposito, che invece sarà definito da un percorso condiviso, e sicuramente molto dilazionato nel tempo, con l’ente o gli enti locali che aderiranno, che sceglieranno di aderire al progetto. In secondo luogo risulta poco comprensibile, e difficile da dimostrare, il motivo per cui la realizzazione di un termovalorizzatore di nuova tecnologia sia compatibile con le caratteristiche del territorio mentre la realizzazione di un deposito di scorie radioattive, ovviamente realizzato con la miglior tecnologie, come d’altronde da norma, e nell’ambito del più complesso impianto regolatorio esistente, sia invece lesivo della pax locale. Difficile da capire se non per l’ancestrale paura nucleare.

Scorie nucleari, facciamo chiarezza

Partiamo dalla Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee.

I rifiuti nucleari italiani più radioattivi sono stoccati temporaneamente in Francia e Gran Bretagna, quelli meno radioattivi sono sparsi in vari depositi temporanei in Italia. Oggi non esiste ancora in Italia una struttura centralizzata in cui sistemare in modo definitivo i rifiuti radioattivi. La disponibilità di un deposito nazionale permetterà di smaltire definitivamente tutti i rifiuti radioattivi italiani e di completare il decommissioning degli impianti nucleari, e restituire i siti che li ospitano bonificati. La Sogin è stata incaricata dal 2010, con d.lgs 31/2010, alla localizzazione, costruzione ed esercizio del deposito nazionale, incluso il Parco Tecnologico: siamo nel 2021 e sono passati ben 11 anni. La pubblicazione della Carta dei siti idonei, il 30 dicembre del 2020, è poi solo l’inizio di un processo lungo e complesso per arrivare, dopo una consultazione pubblica, e credo anche di lungo termine, al deposito nazionale. Dopo la presentazione della carta, sarà organizzato un seminario nazionale con enti locali e soggetti interessati; in seguito, la Sogin preparerà una nuova carta dei siti, che verrà di nuovo valutata e approvata dai Ministeri.

Quindi i Comuni interessati potranno presentare le loro candidature, tramite l’espressione di manifestazioni d’interesse, ad ospitare il Deposito Nazionale e il Parco Tecnologico, e il governo dovrà fare la scelta finale. Dunque la pubblicazione del CNAPI (Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee) – autorizzata con nulla osta ministeriale del 30/12/2020, insieme a quella del Progetto preliminare del Deposito Nazionale e Parco Tecnologico, elaborata da Sogin e validata da ISIN (ex ISPRA), e successivamente dai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente – apre solo la fase di consultazione pubblica. La proposta costituisce il primo passo di un percorso che dovrà essere condiviso e partecipato, e molto burocratico, che porterà a individuare il sito dove realizzare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico.

Il Deposito Nazionale di scorie nucleari

La Sogin prevede, una volta terminata la fase autorizzativa, 4 anni di cantieri per realizzare il deposito, che per 40 anni riceverà fino a 78.000 metri cubi di rifiuti a bassa radioattività e 17.000 ad alta radioattività. L’investimento sarà di 900 milioni di euro, con 4.000 occupati per 4 anni nel cantiere e un migliaio per la gestione operativa. Il deposito sarà un’infrastruttura ambientale di superficie che permetterà di sistemare definitivamente in sicurezza i rifiuti radioattivi, oggi stoccati all’interno di decine di depositi temporanei presenti nel Paese, prodotti dall’esercizio e dallo smantellamento degli impianti nucleari e dalle quotidiane attività di medicina nucleare, industria e ricerca. Nel Deposito Nazionale saranno sistemati definitivamente e in sicurezza circa 78.000 m3 di rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività, la cui radioattività decade a valori trascurabili nell’arco di 300 anni. Di questi rifiuti, circa 50.000 metri cubi derivano dall’esercizio e dallo smantellamento degli impianti nucleari per la produzione di energia elettrica, circa 28.000 metri cubi dagli impianti nucleari di ricerca e dai settori della medicina nucleare e dell’industria.

Inoltre, nel Deposito Nazionale sarà compreso anche il Complesso Stoccaggio Alta attività (CSA), per lo stoccaggio di lungo periodo di circa 17.000 metri cubi di rifiuti a media e alta attività. Sul totale di circa 78.000 metri cubi, 33.000 metri cubi di rifiuti sono già stati prodotti, mentre i restanti 45.000 metri cubi verranno prodotti in futuro. Una minima parte di questi ultimi, circa 400 m3, è costituita dai residui del riprocessamento del combustibile effettuato all’estero e dal combustibile non riprocessabile. Il Deposito Nazionale ospiterà esclusivamente i rifiuti radioattivi prodotti nel nostro Paese, sulla base del principio, affermato dalle norme vigenti, che ogni Paese ha la responsabilità di gestire i propri rifiuti radioattivi. Tale principio, stabilito dalla IAEA, l’International Atomic Energy Agency dell’ONU, è confermato dalla Direttiva Euratom 2011/70, adottata dall’Italia con il decreto legislativo n. 45 del 2014. Infatti, sulla base dello stesso principio di responsabilità, ogni Paese si dota di strutture idonee a sistemare definitivamente i rifiuti radioattivi prodotti nei propri confini nazionali.

Il Parco Tecnologico

Insieme al Deposito Nazionale verrà realizzato il Parco Tecnologico, ovvero un centro di ricerca applicata e di formazione nel campo del decommissioning nucleare, della gestione dei rifiuti radioattivi e della radioprotezione, oltre che della salvaguardia ambientale. Il Parco Tecnologico intende rappresentare una reale integrazione con il sistema economico e di ricerca, contribuendo ulteriormente allo sviluppo sostenibile del territorio nel quale sorgerà. Il Parco Tecnologico, che comprenderà un centro di ricerca applicata e di formazione, aperto a collaborazioni internazionali, dove svolgere studi nel campo dello smantellamento delle installazioni nucleari, della gestione dei rifiuti radioattivi, della radioprotezione e della salvaguardia ambientale; studi finalizzati a stimolare l’innovazione scientifica e tecnologica dell’industria nazionale e costituire un polo di attrazione per occupazione qualificata. Oltre a un centro studi e sperimentazioni, il progetto prevede un laboratorio ambientale e una scuola di formazione. Le attività di ricerca da svolgere al suo interno saranno concordate con le comunità che vorranno ospitare il Deposito Nazionale, con l’obiettivo di valorizzare le caratteristiche e le vocazioni del territorio, favorendone lo sviluppo economico e industriale.

Le aree idonee

Con quali criteri sono state individuate le 67 aree idonee ad ospitare il Deposito Nazionale? Con i criteri elaborati dall’ente di controllo ISPRA (oggi ISIN) in linea con gli standard della IAEA (International Atomic Energy Agency), che rappresentano un insieme di requisiti fondamentali e di elementi di valutazione per arrivare, con un livello di dettaglio progressivo, all’individuazione delle aree potenzialmente idonee a ospitare il Deposito Nazionale: “per ‘aree potenzialmente idonee’ si intendono le aree, anche vaste, che presentano caratteristiche favorevoli alla individuazione di siti in grado di risultare idonei alla localizzazione del deposito attraverso successive indagini tecniche specifiche e sulla base degli esiti di analisi di sicurezza condotte tenendo conto delle caratteristiche progettuali della struttura del deposito”.

I criteri elaborati dall’Ente di controllo sono suddivisi in:
15 Criteri di Esclusione, per escludere le aree del territorio nazionale le cui caratteristiche non permettono di garantire piena rispondenza ai requisiti di sicurezza: sismicità, fenomeni di fagliazione, pericolosità geomorfologica e idraulica, depositi alluvionali, altitudine superiore ai 700 metri, pendenza maggiore al 10%, prossimità costiera, aree carsiche, falde affioranti, aree protette, prossimità ai centri abitati, prossimità alla rete autostradale, risorse del sottosuolo, attività industriali a rischio di incidente. L’applicazione dei criteri d’esclusione porta all’individuazione delle “aree potenzialmente idonee”.

13 Criteri di Approfondimento, per valutare le aree individuate a seguito dell’applicazione dei criteri di esclusione: manifestazioni vulcaniche secondarie, movimenti del suolo, assetto geologico, bacini imbriferi, manifestazioni di erosione accelerata, condizioni meteoclimatiche, parametri fisico-meccanico dei terreni, parametri idrogeologici, parametri chimici, presenza di specie animali e vegetali di interesse, produzioni agricole di qualità e tipicità, vie di comunicazioni primarie, infrastrutture strategiche. La loro applicazione può condurre all’esclusione di ulteriori porzioni di territorio all’interno delle aree potenzialmente idonee e a individuare siti di interesse. L’applicazione dei Criteri di Esclusione è stata effettuata attraverso verifiche basate su normative, dati e conoscenze tecniche disponibili per l’intero territorio nazionale, anche mediante l’utilizzo dei GIS-Sistemi Informativi Geografici e, in alcuni casi, di banche dati gestite da enti pubblici. L’applicazione dei Criteri di Approfondimento è stata effettuata, invece, attraverso indagini e valutazioni specifiche sulle aree risultate non escluse.

Conoscendo le caratteristiche strutturali, culturali, naturali e produttive dei comuni italiani, deve essere stato certamente complicato individuare i siti “virtuosi” idonei, perché privi di una qualsivoglia causa escludente, ad ospitare il deposito; così come non sarà invece difficile per gli amministratori locali dei siti virtuosi individuare una qualsiasi anomalia nella modalità della ricerca o comunque definire quella caratteristica, in fondo basterebbe un prodotto tipico o una specie selvatica, che permetta la fuga dal rischio della scoria nucleare: semplicemente non presentando la manifestazione d’interesse.

Scorie nucleari, i benefici economici

Una volta individuato il sito che accoglierà il Deposito, seguirà la fase di Autorizzazione- Costruzione. Durante questa fase è necessario che i territori che ospiteranno il Deposito saranno finanziati per gestire attività di informazione e coinvolgimento della popolazione, per effettuare verifiche indipendenti e per programmare lo sviluppo socio-economico del territorio stesso. In questa fase potrebbe essere erogata un’una tantum indicativa calcolata come percentuale dell’investimento complessivo stimato (investimento pari a circa 900 milioni di Euro) distribuita ai vari enti territoriali interessati nelle misure proporzionali definite dalle norme vigenti. La percentuale sarà definita in funzione delle specificità del territorio a seguito di opportune trattative bilaterali come previsto dall’art. 27 c.7 del D.Lgs. 31/2010. L’erogazione dei benefici economici destinati a questa finalità sarà quindi diretta ai soggetti che svolgeranno queste attività (informazione alle comunità locali, coinvolgimento degli stakeholder, verifiche indipendenti).

Per la fase di esercizio, i Comuni interessati dal sito saranno inclusi nel meccanismo di contribuzione previsto dalla legge n.368/2003, ricalibrando detto contributo in funzione del progressivo aumento della quantità di rifiuti conferiti al deposito e della corrispondente diminuzione di quelli stoccati presso i depositi temporanei. Dopo il completamento dei trasporti dei rifiuti al Deposito, saranno quindi erogati circa 15 milioni di euro l’anno alle comunità locali, nelle misure proporzionali definite dalle norme vigenti. I benefici previsti a partire dalla fase di esercizio, saranno diretti a sostenere il benessere socio-economico delle comunità locali nel lungo termine (sostegno all’occupazione, sviluppo sostenibile, infrastrutture comuni); quota parte di tali benefici dovrà essere indirizzata direttamente ai cittadini ed alle imprese secondo quanto previsto dall’Art. 30 del D.lgs. 31/2010, cioè attraverso una corrispondente riduzione del tributo comunale sui rifiuti o attraverso misure analoghe (sgravi fiscali, riduzione delle bollette elettriche, ecc.). Inoltre queste misure sono da considerarsi aggiuntive rispetto alle misure che saranno stabilite per gli interventi di mitigazione di impatto ambientale individuati nell’ambito della procedura di VIA.

Il pregiudizio antinuclearista

La levata di scudi contro la realizzazione del deposito sembra dovuta più al pregiudizio antinuclearista, come detto diffuso, radicato e trasversale, che ad evidenze concrete: la scelta ricade sulla comunità locale, le tecnologie sono sicure, lo stoccaggio in ogni caso è un dovere, nazionale e internazionale, i vantaggi economici e sociali sono consistenti, così come i possibili effetti di modernizzazione del territorio. Esistono tutti i presupposti per valutare vantaggi e svantaggi e per decidere se volere o no il Deposito nazionale nel proprio territorio. Naturalmente mentre passa questa ondata emotiva, tutte le nazioni più ricche al mondo continuano a produrre energia elettrica da fonte nucleare, a fare investimenti in innovazioni, a ricercare l’autonomia e la potenza Energetica. Tranne l’Italia che ne importa grandi quantità da Svizzera, Francia e Slovenia. E si discute animatamente, e senza tempo, sul luogo di sepoltura delle scorie di quella che un tempo fu una grande industria nucleare.

Gian Piero Joime

 

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2 Commenti

  1. Che lungo articolo di PROPAGANDA, bravi…
    L’ATTUALE sito “provvisorio” (da 40anni) di Saluggia è a pochi passi dal fiume Po e a 100 metri dalle prese dei pozzi dell’enorme acquedotto del Monferrato ed ovviamente è già stato SOMMERSO dalla PIENA del Po.
    Noi cittadini dovremmo fidarci di questo Stato che chiunque governi ha sempre dato prova di eccezionale INCOMPETENZA… o non fidarci sarebbe più sensato…
    Ricordo che il tempo di dimezzamento di questi elementi radioattivi è misurato in secoli o in millenni o in decine di migliaia di anni… e questo Stato non è capace a fare la manutenzione ai ponti stradali, figuriamoci ad un sito di stoccaggio… non ci riescono nemmeno i tedeschi, che stanno riaprendo il loro “definitivo” sito di stoccaggio nelle miniere di sale, perchè “perde” appena fatto, nuovo e già è da smantellare.
    Se vi fidate di questo Stato, vorrei conoscervi che ho una Fontana a Roma da vendervi…

    • Condivido e ringrazio per il commento. Una chiave di lettura importante. Sostanzialmente, prima rendiamo questo stato… Stato e poi ne riparliamo.

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