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Roma, 18 set –  Brutte notizie per la Sevel di Atessa (Ch). L’azienda del gruppo Stellantis si fermerà fino al 21 settembre. Questo è quanto la dirigenza ha comunicato ai sindacati. Inoltre, a partire dal 27 settembre nello stabilimento abruzzese che produce veicoli commerciali (come il furgone Ducato) si annuncia una riduzione delle ore lavorate. Ma a cosa è dovuta questa brusca frenata? Semplice: mancano i semiconduttori che vengono prodotti in Asia.



Perché la Sevel rallenta

Intanto è bene ricordare che la Sevel non è una piccola impresa. Lo stabilimento abruzzese copre un’area di oltre 1.200.000 metri quadri, di cui 344mila coperti e vi lavorano 6.200 persone. All’interno della fabbrica si svolgono tutti i passaggi dell’intero ciclo produttivo: lastratura, verniciatura e montaggio. Eppure in questo caso le dimensioni non contano. A rallentare la produzione è stata la carenza di semiconduttori: per l’esattezza manca un chip nella “centralina ABS Bosch fornita da uno stabilimento malese”.

La dirigenza, dunque, non ci ha pensato due volte e ha deciso di passare da 18 a 15 turni. Questo vuol dire che 900 lavoratori sono di troppo. Così 650 cassaintegrati in trasferta in Abruzzo torneranno nei siti di Pomigliano e Melfi, e altri 300 operai rimarranno a spasso. Attenzione, però, per questi ultimi non si tratta di licenziamento. Semplicemente l’azienda non rinnoverà il contratto. Si tratta infatti di lavoratori in somministrazione, precari per essere chiari. Cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia: queste persone sono rimaste senza lavoro. In tempi di “crisi pandemica” non è una bella notizia.

Eppure secondo Pietro De Biasi, responsabile delle relazioni industriali di Stellantis, non c’è stato “nessun ridimensionamento, ma la necessità di affrontare una situazione temporanea”. Dovrebbe dirlo a chi tra poche settimane dovrà cercarsi una nuova occupazione. Tuttavia, non possiamo certo imputare al gruppo guidato da Carlos Tavares la crisi dei semiconduttori. Il punto, però, è un altro: per la dirigenza è come se non fosse successo nulla di grave. Inoltre, a pagare sono stati i meno tutelati.

La reazione dei lavoratori

I sindacati hanno attaccato la scelta del colosso dell’automotive. Ferdinando Uliano, segretario nazionale Fim Cisl considera gravissima la decisione dell’azienda: “Si decide di intervenire – spiega – pesantemente sui lavoratori che prestano l’attività lavorativa da molto tempo in Sevel, scaricando su di loro una difficoltà determinatasi sui semiconduttori. Ci sono strumenti alternativi di compensazione, come gli ammortizzatori sociali ordinari, utilizzati negli altri stabilimenti senza comportare un contraccolpo occupazionale di questa portata”.

La situazione nello stabilimento teatino era già tesa. Lo scorso 28 agosto le Rsa avevano proclamato uno sciopero. Il motivo era sempre lo stesso: la chiusura per mancanza di “componenti elettrici”. Inoltre, sempre lo stesso Uliano denunciava l’alto numero di precari: “Non è mai successo nella storia di Fca e Fiat che i livelli occupazionali del personale interno fosse così bassi e il numero dei lavoratori somministrati fosse invece così elevato e per un periodo così lungo. Alcuni dati per comprendere l’assurdità di questa situazione: nel 2016 si sono prodotti 290mila furgoni e i lavoratori Sevel a tempo indeterminato erano 6.059; nel 2021 l’obiettivo è oltre 300mila veicoli e i lavoratori Sevel sono 5.670 e i somministrati sono attualmente 705 (625 somministrati in staff leasing e 80 a tempo determinato)”.

A nulla era servito l’appello fatto all’azienda per assumere chi non aveva un contratto a tempo indeterminato. Oggi capiamo bene perché: non rinnovare un contratto è molto più semplice che licenziare. Detto questo la carenza di semiconduttori sta causando gravi danni all’industria automobilistica.

Il chipcrunch ferma l’automotive

Il problema è globale, ma l’automotive italiano è molto debole e il chipcrunch potrebbe essere il colpo di grazia. Non è solo la Sevel a rallentare la produzione: il problema investe tutti i siti di Stellantis. A Pomigliano d’Arco la produzione della Fiat Panda è ferma da qualche giorno. I lavoratori stanno usufruendo della cassa integrazione ordinaria prorogata fino al 30 settembre. C’è da dire che la fabbrica aveva riaperto (si fa per dire) due settimane fa dopo quasi due mesi di fermo tra ferie e stop forzati. La preoccupazione riguarda anche i lavoratori di Cassino. A Melfi la situazione non è delle migliori. A settembre il gruppo franco-italiano ha annunciato il rinvio di una settimana per la riapertura dello stabilimento lucano da dove invece escono Jeep Renegade e 500 xl.

I sindacati sollecitano l’intervento dell’esecutivo. Ma da Palazzo Chigi c’è un silenzio assordante. Antonio Spera (segretario nazionale Ugl Metalmeccanici) ha stigmatizzato quest’atteggiamento: “Sono trascorsi ben 15 giorni dall’inoltro di una richiesta ai ministri Giorgetti e Orlando per dire di riprendere un confronto con Stellantis ma, nulla è avvenuto. Eppure il governo è ben consapevole delle criticità che il settore automotive italiano sta attraversando. La carenza dei microchip sta avendo inevitabilmente impatto negativo anche sulle fabbriche dell’indotto come pure, stanno rallentando, se non fermando, la produzione a Termoli, nello stabilimento molisano dove si producono motori”.

Certo la questione è complessa. Non basta qualche riunione al ministero per risolvere il problema. Tuttavia, la crisi dei semiconduttori può aprire nuove strade. Possiamo, anzi dobbiamo, cominciare a riportare in patria intere filiere produttive. La reindustrializzazione del nostro territorio può ripartire da ciò che ci manca. Sembra folle? Forse. Certamente non è saggio chiudere fermare la produzione di una fabbrica di seimila dipendenti perché ci manca un chip malese.

Salvatore Recupero



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