Roma, 12 giu – Sono passati poco più di due anni e Christine Lagarde ci è cascata di nuovo. Il governatore della Bce non è, a questo giro, incappata di nuovo nell’uscita infelice – “non siamo qui per chiudere gli spread” – che a marzo 2020 provocò giorni di puro panico, ma gli effetti sono stati quasi gli stessi. Non tanto per l’atteso e più che scontato annuncio di aumento dei tassi, ma per l’assenza di uno specifico strumento a sostegno dei corsi dei Titoli di Stato delle nazioni più “sotto tiro”. Italia in primis, il cui spread è ai massimi da maggio 2020.

Lo scudo anti spread non esiste

A pesare non è l’altrettanto scontato annuncio di fine degli acquisti nell’ambito del quantitative easing pandemico. A dare il là alla corsa del differenziale Btp-Bund (e al tracollo di Borsa Italiana) è stata la generica dichiarazione per cui “i reinvestimenti del PEPP potranno essere adeguati in maniera flessibile nel corso del tempo, fra le varie classi di attività e i vari paesi in qualsiasi momento”: poco, molto poco – praticamente nulla – per poter parlare di “scudo” anti spread. Il quale – sembra quasi superfluo sottolinearlo di nuovo: repetita iuvant – non ha nulla, proprio nulla a che vedere con i fondamentali macroeconomici ma è funzione esclusiva delle operazioni che la Bce conduce(va) sul mercato.

Ci ritroviamo insomma a ripetere l’ovvio, un po’ come le chestertoniane spade sguainate per dimostrare che le foglie in estate sono verdi. Il problema è che siamo di nuovo punto e a capo. Anzitutto per la scelta di contrastare con politiche monetarie un’inflazione che dipende da tutto – i rialzi delle materie prime dovuti anche alla transizione energetica imposta dall’Ue, le difficoltà nelle catene globali di approvvigionamento, la riduzione dell’offerta seguita ai fallimenti post lockdown – tranne che da dinamiche legate alla disponibilità di mezzi di pagamento in circolazione. Difficile capire, in questo senso, come potrà la Bce calmierare la corsa dei prezzi. Al contrario: un euro indebolito rispetto al dollaro rischia persino di peggiorare la situazione, perché il petrolio lo paghiamo sempre in biglietti verdi. Hai voglia a tagliare le accise su benzina e gasolio quando ci stiamo infilando diretti nella quarta recessione nell’arco di 15 anni.

E se la Bce non fosse una banca centrale?

In questo già non roseo quadro l’Eurotower ha poi deciso, come detto, di terminare i vari programmi di acquisto titoli. Vale a dire ciò che caratterizza una banca centrale: l’agire come prestatore di ultima istanza nei confronti degli Stati. Compito che la Bce si è autoattribuita nel corso degli ultimi anni sulla scorta di interpretazioni (per non dire forzature) sui generis dei Trattati, che non prevedono per Francoforte un ruolo da istituto di emissione secondo i canoni standard. Forse perché l’euro non è una moneta, ma solo un accordo di cambi fissi. Per garantire i quali non c’è bisogno di una banca centrale in senso stretto. Almeno sino a quando – spread, recessione e inflazione sono lì a dimostrarlo – i nodi non vengono al pettine e ci ritroviamo senza timone in una tempesta perfetta.

Filippo Burla

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