squinzi convegno confindustriaSanta Margherita Ligure (Ge), 7 giu – “Abbiamo un assoluto disperato bisogno di ripartire”. Non usa mezzi termini il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, intervenendo alla chiusura del convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria.

Il patron della Mapei e presidente del Sassuolo parte con una stoccata: “Non può essere un singolo provvedimento come il jobs act a far ripartire l’economia“, anche perché “la ripresa è da prefisso telefonico” e dunque non saranno alcune modifiche nella legislazione sul lavoro -senza che queste tocchino gli aspetti fiscali, che poi son quelli che incidono maggiormente- a consentire di riagganciare la crescita. D’altronde, le cifre fornite dalle ultime rilevazioni non possono essere portati a dimostrazione di un successo solo apparente: “I dati sull’occupazione sono dati di stabilizzazione derivanti dal Jobs act”, spiega Squinzi, e quindi in gran parte dei casi si tratta di rapporti a tempo determinato che hanno approfittato di incentivi e nel nuovo contratto a tutele crescenti per essere trasformati in rapporti senza indicazione del termine. Saldo netto rispetto a prima? Zero, o poco più.

Ciò che conta, osserva il presidente di Confindustria, è “far ripartire il mercato ed in particolare il mercato interno. Le imprese che esportano stanno tenendo con le unghie i margini”. Siamo tuttavia ancora lontani dall’obbiettivo, se è vero che gli ultimi dati di contabilità nazionale mostrano, nel primo trimestre dell’anno, una dinamica dei consumi finali ancora in territorio negativo. Un allarme che non trova tuttavia sponde nella pars costruens. Se infatti la contrazione della domanda interna è dovuta all’austerità imposta per riassorbire i differenziali dovuti al cambio fisso, non si capisce come mai l’euro sia “una scelta irreversibile” -parole sempre di Squinzi- e soprattutto un’eventuale uscita potrebbe essere “devastante”: fino a prova contraria, la deindustrializzazione è in atto qui ed ora, in costanza di moneta unica.

Le ponderate parole del presidente degli industriali non potevano d’altra parte che fare da contraltare a quanto espresso due giorni fa da Matteo Salvini, che pur ammorbidendo i toni e dimostrandosi più possibilista non ha rinunciato ad un discorso in senso contrario alle scelte imposte da Unione Europea e Bce. E’ stato accusato di populismo, da parte di una platea -quella degli industriali- che davvero conta così tanto? La Confindustria della regione produttiva italiana per eccellenza, il Veneto, ha perso negli ultimi sette anni il 20% degli iscritti, con punte che in alcune provincie hanno toccato il 30%. Non si tratta solo di fallimenti o chiusure, ma anche e soprattutto di imprenditori ancora attivi che rinunciano ad un’associazione che non vedono più in grado di tutelare i loro interessi. In tempi di crisi sindacale, se i rappresentanti dei lavoratori piangono, quelli dei datori di lavoro non ridono. E in Veneto, dopo l’ubriacatura renziana delle scorse europee, mentre abbandonano Confindustria sono tornati in massa a votare per Luca Zaia.

Filippo Burla

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