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privatizzazioniRoma, 27 gen – Un’altra quota di Poste Italiane, tale da far uscire il ministero dell’Economia dall’azionariato della società. E le Ferrovie dello Stato, non certo l’intera holding ma solo l’alta velocità delle Frecce, parte pregiata del gruppo. Sono queste due le operazioni in rampa di lancio nel 2017, con il governo Gentiloni che riprende il piano di privatizzazioni redatto ma poi congelato dall’esecutivo Renzi.

La lezione di Fincantieri – quotazione senza incasso per l’erario, caso da antologia della comicità – evidente non é bastata, per cui Padoan ci riprova. L’obiettivo é sempre lo stesso: raccogliere qualche miliardo per ‘aggredire’ il debito pubblico. Quanti? A questo giro si parla di 2,5 miliardi per il 30% di Poste, un miliardo invece arriverebbe dal settore alta velocità e lunga percorrenza (gli Intercity) di Ferrovie. Per quanto riguarda le prime, con il collocamento in borsa dell’ulteriore tranche il ministero dell’Economia perderebbe la sua partecipazione residua dopo che il restante 30% é stato trasferito a Cassa Depositi e Prestiti. In merito alle Ferrovie, invece, la scelta é chiara: un intervento da macelleria per raggranellare qualche euro in più, smembrando il gruppo per consegnare al mercato solo la parte più redditizia. Con buona pace del supposto ruolo di efficientamento di quest’ultimo, argomentazione tanto valida nelle discussioni da salotto quanto incapace di reggere il confronto con la realtà.

In complesso, per lo Stato si parla di un incasso potenziale attorno ai 3,5 miliardi di euro. In realtà saranno (lo insegna l’esperienza degli ultimi anni) decisamente meno. Anche volendo comunque prendere per buona la cifra si tratta dello 0,15% del debito pubblico italiano, percentuale che non sposta di una virgola i problemi di bilancio. Anzi, privandoci degli strumenti di (potenziale) politica industriale mettiamo pure una seria ipoteca sulle speranze di crescita, che senza spesa pubblica capace di attivare un effetto moltiplicatore non tornerà mai a livelli sufficienti per ridurre, se non il debito, quanto meno il rapporto debito/Pil. E cioé l’indicatore più importante in termini di contabilità nazionale.

Filippo Burla

1 commento

  1. Questi sono deficienti.
    Piu’ ci rivolgiamo all’estero per comprare cose che prima costruivamo noi,piu’ dobbiamo farci dare soldi dalla bce,piu’ dobbiamo lavorare per restituirli,piu’ scarseggia il lavoro come diretta conseguenza di quanto fino qui detto.
    Sono nozioni da scuola elementare.

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