Roma, 1 giu – “Eliminato l’IRI dalla nostra storia si è rimodulata la presenza pubblica nelle situazioni di crisi aziendali. La legge Marzano, pensata come un ponte per tornare al mercato, secondo una logica liberal-progressista, ci pare che tradotta in pratica significhi continuare a caricare la collettività degli oneri sociali (CIG per esempio) privandola della titolarità d’intervento economico”. Basterebbero queste parole, vergate dal segretario regionale emiliano dell’Ugl terziario Pino De Rosa, per spiegare ciò che è stato fatto – o meglio: ciò che non è stato fatto – nella vicenda del “doppio” fallimento Mercatone Uno. Fallimento che porta con sè una storica realtà del mercato italiano, trascinando nel limbo dell’incertezza migliaia di lavoratori

La storia di Mercatone Uno

Nata a Imola nel 1978, Mercatone Uno si è nel tempo affermata come una delle più importanti società della grande distribuzione non alimentare in Italia. In un crescendo di apertura di punti vendita (più di 90), sponsorizzazioni celebri – fu squadra ciclistica negli anni dei successi dell’indimenticato Marco Pantani – nel 2010 raggiunse gli 800 milioni di fatturato, impiegando quasi 6mila addetti.

La crisi aveva già cominciato a mordere. I risultati peggiorano. Si arriva così al 2015, quando la proprietà – da sempre nella mani della famiglia Cenni – chiede, gravata da un debito da 450 milioni di euro, di essere ammessa al concordato preventivo. La risposta del tribunale arriva ad aprile: amministrazione straordinaria. L’obiettivo è tutelare i livelli occupazionali, mentre si cerca di risanare i bilanci e tentare di trovare un compratore. Nel frattempo numerosi punti vendita vengono chiusi per non riaprire mai più, con i dipendenti affidati alla cassa integrazione.

La vendita: firma Calenda

Nel 2018, dopo numerosi tentativi andati a vuoto, al ministero dello Sviluppo economico – all’epoca retto da Carlo Calenda, lo stesso che oggi critica la gestione Di Maio – si arriva alla firma. Ad acquisire buona parte del perimetro aziendale è Shernon Holding, che ottiene 55 punti vendita. Altri 13 sono invece destinati alla Globo, che si impegna a riconvertirli in negozi di abbigliamento e calzature. In totale risultano tutelati 2700 dipendenti, pari al 90% degli impiegati in quel momento.

La luna di miele dura però pochissimo. Shernon Holding è una società tutto tranne che solida, costituita pochi mesi prima da due soci italo-svizzeri e controllata a sua volta da una società di diritto maltese. Una situazione che non convince né i lavoratori, tutti riassunti ma part-time, né i fornitori, i quali cominciano a rifornire a singhiozzo o punti vendita. Nel frattempo, a dimostrazione dell’opacità dell’operazione, Shernong Holding è intanto passata di mano ad un’altra controllante, a sua volta sempre di proprietà degli stessi due finanziatori italo-svizzeri. Non migliorano però i risultati: la società perde almeno 5 milioni al mese, con 90 milioni di debiti accumulati in meno di 300 giorni.

Il nuovo fallimento

Ad un anno dalla cessione, il 10 aprile 2019 arriva dunque un’ulteriore richiesta di concordato preventivo, che si tramuta però il 23 maggio successivo in una dichiarazione di fallimento. Dal giorno alla notte chiudono così i 55 negozi, con i 1800 dipendenti Mercatone Uno avvisati tramite facebook o whatsapp e ricollocati di nuovo in cassa integrazione.

Si riapre così il capitolo dell’amministrazione straordinaria, decretata dal Mise dopo aver sentito tutte le parti coinvolte. Dai lavoratori ai fornitori, tutti concordi nel chiedere che si proceda ad una vendita che non sia l’ennesima anticamera di un altro fallimento. Perché Mercatone Uno ha dimostrato, al netto delle losche operazioni condotte, di sapere stare sul mercato. E di poter continuare a dare lavoro.

Filippo Burla

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