Roma, 15 mag – La buona notizia è che il tasso di disoccupazione in Italia è all’8,3%. La cattiva è che questo dato statistico non rappresenta ormai quasi più nulla. Quello “reale”, infatti, si colloca più in alto. Molto più in alto: è quasi tre volte tanto. Nessun complotto da parte dei vari Istat o Eurostat, intendiamoci. Il problema, semmai, è un altro: la misura del tasso di disoccupazione è ancora in grado di fotografare adeguatamente la realtà? La risposta è negativa, per tutta una serie di ragioni.

Tasso di disoccupazione: una misura “vecchia”

Ai fini statistici, con “forze di lavoro” si indica la somma di persone occupate e disoccupate. Più nello specifico, le seconde sono quelle che stanno attivamente ricercando un impiego, mentre nelle prime si collocano coloro che, nel periodo di riferimento, hanno svolto almeno un’ora di lavoro, retribuito o in un’attività di famiglia.

Qui sorge il primo problema. Fino a non molti anni fa, “pescare” ad esempio un dipendente che aveva svolto un’ora di lavoro nella settimana (tale è l’arco temporale utilizzato dall’Istat) di indagine significava, con ampia probabilità, intervistare il titolare di un contratto a tempo indeterminato. Oggi, per motivi che vanno dal pacchetto Treu al Jobs Act, non è più così. La fotografia di cui sopra ne risulta dunque molto sfuocata.

Dalla disoccupazione ufficiale a quella “reale”

Si è, insomma, creata una zona grigia nella quale non pochi lavoratori, in un modo o in un altro, non rientrano nella statistica sul tasso di disoccupazione o ci rientrano solo di striscio. Parliamo ad esempio di chi ha un contratto a tempo parziale ma vorrebbe lavorare a tempo pieno: non è disoccupato in senso stretto, ma la sua domanda di lavoro è palesemente insoddisfatta. Stesso identico discorso per quanto riguarda coloro che in teoria sarebbero anche disponibili per un impiego, ma sono così avviliti dall’infruttuosa ricerca da non intraprendere alcuna azione per trovarlo.

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I primi prendono il nome di sottoccupati e, stando all’ultima rilevazione Eurostat, per l’Italia sono il 3% della forza lavoro. I secondi si definiscono invece scoraggiati e sono parte del più ampio gruppo di inattivi: fanno lievitare il dato che stiamo ricercando di un ulteriore 11%. A questo punto la somma – statisticamente non inappuntabile, ma è l’unica strada che possiamo percorrere per tracciare un quadro il più aderente alla realtà – è presto fatta: dall’8,3% ufficiale siamo già al 22,3%. Per l’appunto, quasi tre volte tanto.

Filippo Burla

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6 Commenti

  1. ..confco…cazz dice che é colpa del RdiC…..perché preferiscono le 400€ del RdiC invece che “lavorare” per 400,5 € per i generosi im-prenditori di genialitá italiota…

  2. Se poi aggiungiamo che tra chi risulta lavoratore (sic), ci sono parecchi, parecchi personaggi che nella migliore delle ipotesi parassitano solo gli altri (attività emergente alla grande), …, la percentuale sale con dati ben più pericolosi sia in quantità che in qualità.
    A proposito, secondo Voi con i robot, caleranno i parassiti oppure chi si fa un mazzo tanto…?!

  3. Con il Decreto “Dignità” che aspettarsi?

    Anche chi avrebbe potuto continuare a lavarorare ora è disoccupato quindi le aziende assumeranno sempre meno.

    Formo uno per un anno poi se è valido non posso continuare a farlo lavorare?

    Solo uno scemo…

    Continuate a votare finta sinistra ma poi chi è causa del suo mal non rompa i coglòioni.

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