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Roma, 31 mag – Uber Italia è finita nel mirino della magistratura. Le accuse sono pesanti. Come riporta l’Ansa: “La Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria (ossia il commissariamento) di Uber Italy srl, con l’accusa di sfruttare i rider addetti alle consegne di cibo per il servizio Uber Eats”. La notizia ha avuto un grande rilievo maggiore sulla stampa in quanto le vittime erano immigrati scappati da chissà quale guerra.

Da dove nasce l’accusa di caporalato a Uber?

Prima di addentrarci nel merito della vicenda è utile capire di cosa stiamo parlando. Il caporalato è una forma illegale di reclutamento e organizzazione della mano d’opera, attraverso intermediari (caporali) che assumono, per conto dell’imprenditore e percependo una tangente, operai giornalieri, al di fuori dei normali canali di collocamento e senza rispettare le tariffe contrattuali sui minimi salariali. È un termine che ci riporta al passato: quando nelle campagne un omone dai modi spicci decideva chi doveva lavorare. Difficile immaginare una scena come questa a Milano, eppure per quest’accusa gli inquirenti hanno messo alle strette la filiale italiana di una grande multinazionale americana. Lo sfruttamento non ha bisogno di latifondisti.

Su Uber Italy è in corso un’indagine condotta dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf e coordinata dal procuratore aggiunto Alessandra Dolci e dal pm Paolo Storari. Nell’inchiesta, che ha portato anche ad una serie di perquisizioni, viene contestato il reato previsto dall’articolo 603 bis del codice penale, ossia la “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” per la gestione dei fattorini che fanno le consegne di cibo a domicilio per il servizio. Fattorini che, stando a quanto ricostruito, formalmente non lavorano per Uber ma per altre due società di intermediazione del settore della logistica, tra cui la Flash Road City che risulta indagata nel procedimento. Ed infatti il colosso americano, conosciuto soprattutto per il servizio taxi, ha messo subito le mani avanti. Da San Francisco è partita una ferma condanna contro “ogni forma di caporalato. Uber Eats ha messo la propria piattaforma a disposizione di utenti, ristoranti e corrieri negli ultimi 4 anni in Italia nel pieno rispetto di tutte le normative locali. Condanniamo ogni forma di caporalato attraverso i nostri servizi in Italia”. In California, dunque, non sapevano nulla.

La sharing economy non può essere governata nei tribunali

Non basteranno però le sentenze di un Tribunale per evitare queste forme di sfruttamento. Le politiche delle multinazionali non passano certo inosservati. Non si tratta di un contadino che chiama 5 operai rumeni per raccogliere i pomodori. Uber è una multinazionale che opera in 77 nazioni e 616 città in tutto il mondo. Come possiamo leggere sul sito ufficiale: “Oltre ad aiutare gli utenti a spostarsi in città, stiamo lavorando per rendere comuni tecnologie avanzate come le auto senza pilota e il trasporto aereo urbano, aiutare le persone a ordinare cibo in modo rapido e conveniente, rendere accessibile l’assistenza sanitaria, creare nuove soluzioni di prenotazione trasporto merci e permettere alle aziende di offrire corse ottimali ai dipendenti”. Pertanto, i californiani non hanno dipendenti ma collaboratori: oggi sei tassista domani fattorino e poi chissà.

Chi lavora per il colosso guidato da Dara Khosrowshahi è un semplice account che può essere cancellato in qualsiasi momento. Questa è la sharing economy. Essa impone un modello di organizzazione aziendale completamente diverso da quello finora conosciuto. La persona lavora solo quando c’è richiesta per i suoi servizi, prodotti o competenze e con propri mezzi. Lo stesso discorso viene applicato alle imprese che diventano schiave del proprio committente. Nel mondo anglosassone si parla già di “workers on tap”, ossia lavoratori alla spina.

Una deriva intollerabile per una nazione che ha iniziato a combattere il fenomeno del caporalato utilizzando gli uffici di collocamento. I principi sanciti dalle dichiarazioni XXII e XXX della Carta del Lavoro, trovavano così attuazione nella Legge n. 1103 del 28 marzo 1928. L’intermediario non era più il caporale ma un dipendente pubblico. L’imprenditore, infatti, poteva assumere la manodopera soltanto per mezzo di tali uffici, scegliendo tra gli operai iscritti; viceversa quest’ultimi, per cercare un impiego, avevano l’obbligo di avvalersi degli stessi: in caso contrario erano previste sanzioni pecuniarie per entrambi. Ma torniamo ora all’inchiesta milanese per sentire la parola degli “sfruttati”.

L’inestricabile legame tra immigrazione e caporalato

Come abbiamo accennato all’inizio, secondo i magistrati di Milano Uber, attraverso società di intermediazione di manodopera, avrebbe sfruttato migranti “provenienti” da contesti di guerra, “richiedenti asilo” e persone che dimoravano in “centri di accoglienza temporanei” e in “stato di bisogno”. Nelle chat gli indagati minacciavano gli immigrati. Uno dei fattorini ha denunciato ai giudici: “La mia paga era sempre di 3 euro a consegna indipendentemente dal giorno e dall’ora”. Le toghe parlano anche di “sottrazione ‘legalizzata’ delle mance” e “punizioni” economiche per i rider.

In sintesi, due sono gli insegnamenti che possiamo trarre da questa vicenda. In primis, è chiaro perché gli italiani preferiscono non fare certi “lavori”. In secundis, importare “potenziali schiavi” in Italia non fa altro che aumentare una corsa al ribasso per i diritti dei lavoratori.

Salvatore Recupero

2 Commenti

  1. Ma è possibile che il lavoro nel cosiddetto terzo millennio si sia ridotto a una bicicletta e uno scatolone sulle spalle per consegnare pizze e Cheeseburger di mc**** a quattro fighetti figli di papà come si vede anche negli spot TV?
    MALA TEMPORA CURRUNT…