Roma, 9 giu – Non il tracollo della domanda interna a causa delle misure di austerità per salvare il baraccone della moneta unica. Non la (s)vendita alla Francia dell’intero gruppo (ex) Fiat. Tutto questo è stato solo un antipasto. Ora è in arrivo la portata principale che prende il nome di transizione energetica e malcela, dietro alla presunta “ineluttabilità” dell’addio alle auto a benzina e diesel, scelte politiche votate alla deindustrializzazione. E quindi alla miseria diffusa.

Dal 2035 solo auto elettriche

Hai voglia a parlare di salario minimo quando l’unico orizzonte che si spalanca davanti a noi è quello della disoccupazione di massa. Una realtà già da tanti anni – l’Italia è da tempo stabilmente in doppia cifra – e che rischia di vedere le sue fila ulteriormente rimpolpate. A rimpinguare le schiere dei senza impiego saranno, non nel brevissimo termine ma da qui al 2035, i lavoratori del settore auto. La data non è casuale: si tratta dell’anno in cui – stando all’approvazione, avvenuta ieri in sede di Parlamento Ue, di una delle principali misure contenute nel pacchetto “Fit for 55” – nel vecchio continente verranno messe al bando le auto a benzina e diesel.

Una rivoluzione copernicana, quella licenziata da Bruxelles, che porterà l’Unione da un lato a dipendere ancora di più dall’estero, dall’altro a dare un contributo risibile alla tutela dell’ambiente e, in ultimo, ad espandere ancora di più la già nutrita platea dei disoccupati. Per quanto attiene al primo punto, il concetto si risolve in una semplice domanda: chi controlla le materie prime necessarie all’auto elettrica? In merito al secondo, è ormai dato acquisito che il beneficio “ambientale” – calcolato sull’intero ciclo di vita del mezzo: estrazione delle suddette materie prime, lavorazione, ricarica, smaltimento – dei veicoli a batteria è talmente esiguo da risultare quasi insignificante.

Stop alle auto a benzina e diesel: in Italia quasi 70mila disoccupati in più

Più drammatico ancora il dato sui posti di lavoro che verranno letteralmente inceneriti. Anche questa non è una novità, visto che rispetto alle auto a benzina e diesel quelle elettriche richiedono molta meno manodopera e una quantità sensibilmente inferiore di componenti. A sparire saranno intere filiere e l’Italia rischia di pagare un prezzo salatissimo. Perché è vero che il nostro comparto delle quattro ruote rassomiglia sempre più ad un ricordo del passato, ma è altrettanto vero che esistono ancora – specie al nord – catene del valore ben inserite all’interno della catena di fornitura dell’industria straniera, tedesca in particolare.

A fare i conti ci ha pensato Anfia, l’associazione che riunisce le industrie del settore, in una recente assemblea pubblica. Secondo l’analisi, l’ostinazione “ad abbracciare una sola tecnologia, ad oggi di totale dominio asiatico” comporterà “la perdita di circa 73.000 posti di lavoro”, a fronte dei quali ne saranno creati solo 6mila nell’ambito della mobilità elettrica. Il saldo è di quasi 70mila posizioni lavorative in meno. Ce lo chiede l’Europa.

Filippo Burla

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