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Usa: nuovo boom per la produzione di idrocarburi

by Paolo Mauri
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usaWashington, 3 mar – La produzione di idrocarburi, olio e gas, americana è in costante aumento dopo il collasso avvenuto nel 2015. In quell’anno, infatti, gli impianti di trivellazione attivi passarono in pochi mesi da poco più di 1900 a circa 880, per poi continuare lentamente a calare sino a circa 400 nella metà del 2016. Ora invece sono in aumento, e sono già arrivati in meno di 8 mesi a 750, con una tendenza nella produzione a salire dopo la leggera flessione registrata a cavallo del 2016.

Questa ultima decade ha visto un’espansione eccezionale della produzione di olio e gas negli Stati Uniti, guidata da nuove tecnologie, in particolar modo la tecnica di perforazione orizzontale negli scisti a gas e a olio (shales), formazioni a idrocarburi che si trovano principalmente nei bacini texani di Permian e Eagle Ford, Stack e Scoop in Oklahoma e Bakken in Nord Dakota. Dopo il crollo del prezzo del greggio nel 2014 i produttori hanno cominciato a chiudere i pozzi attivi perché non più convenienti ad un ritmo mai visto prima: ridotti dell’80%, la più bassa percentuale di sempre. Pertanto l’industria petrolifera si è trasformata per sopravvivere: impiega ora meno lavoratori ed è focalizzata maggiormente su quelle ricche formazioni di scisti a gas o a olio che le hanno permesso di sopravvivere e di garantire agli Usa l’indipendenza.

usaMentre le maggiori nazioni produttrici di greggio si stanno accordando per tagliare la produzione, per controllare l’andamento dei prezzi a rialzo, gli Usa procedono controcorrente aumentandola: negli ultimi 4 mesi, infatti, è cresciuta di 500mila barili al giorno, e se questo ritmo di crescita continuerà, saranno infranti nuovi record di produzione entro la prossima estate. Ma non si tratta di un nuovo “El Dorado” per i lavoratori americani: la produzione infatti è altamente automatizzata e i pozzi producono velocemente la risorsa, pertanto sono finiti i tempi in cui un pozzo di petrolio significava lavoro e ricchezza per il territorio. Al contrario il peso di dell’estrazione di questa risorsa si farà sentire sulla bilancia economica americana, contribuendo non solo a rendere indipendente il Paese dalle importazioni, traguardo peraltro già raggiunto, ma facendone un concorrente di prima linea tra gli altri grandi Paesi produttori di idrocarburi, e quindi, in un certo senso, drogando il mercato.

Fallita quindi la politica del prezzo a ribasso voluta da Ryad per emarginare i produttori della risorsa da scisti, che quindi si sono dimostrati più forti limando i costi di produzione che hanno permesso loro di sopravvivere. Ora bisognerà vedere come si porrà l’Opec davanti a questa tendenza imposta dalla nuova ondata di greggio americano stante la decisione comune del taglio della produzione e come risponderà il mercato a questa iniezione di risorsa e quindi come varierà il prezzo al barile. Pensiamo inoltre che l’aumento della produzione possa essere dettato dal rinnovato entusiasmo per gli idrocarburi espresso dalla nuova amministrazione Trump, ma la tendenza di crescita si è sviluppata già a partire dal primo semestre del 2016, quindi quando ancora una vittoria di Trump non era così scontata.

Paolo Mauri

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