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Roma, 25 set – Il Front national, divenuto totalmente assente nei dibattiti politici e socio-economici dal giorno della doppia disfatta delle elezioni presidenziali e legislative, occupa non di meno le colonne dei quotidiani e i programmi televisivi per le tensioni e i dissensi interni. Avidi e soddisfatti, i media del sistema rilanciano da mesi i pettegolezzi che agitano il partito di Marine Le Pen, le piccole frasi assassine degli uni contro gli altri, e persino dei psicodrammi che debordano largamente nel ridicolo (Philippot ha mangiato cous cous a Strasburgo: tradimento della gastronomia francese!). Tale situazione non poteva andare avanti a lungo e Florian Philippot, vicepresidente del partito e accusato di essere il principale responsabile dei rovesci elettorali, lo ha ben compreso annunciando che avrebbe lasciato il Front national in seguito al diktat di Marine Le Pen che gli chiedeva di lasciare la presidenza del think tank che aveva creato qualche mese fa, “Les Patriotes”.



Questo annuncio ha anche comportato l’uscita del suo entourage ma, al momento, non sono all’orizzonte né scissioni né emorragie di quadri e militanti. Queste dimissioni permetteranno al partito fondato da Jean-Marie Le Pen di ritrovare calma e serenità, di fare chiarezza sulle sue posizioni e di serrare i ranghi in attesa di affrontare le prossime scadenze elettorali? Niente è meno sicuro, tanto la situazione sembra complessa e opaca… Se alcuni gioiscono della rinuncia alla “linea Philippot” (sovranismo, statalismo, politiche sociali), immaginando che da essa scaturirà un “ritorno ai fondamentali” (lotta all’immigrazione, politiche securitarie, battaglia anti-tasse) e una qualche forma di “radicalizzazione” del partito, nulla sembra in realtà confermare questa prospettiva. Di certo non la promozione nell’organigramma del Fn di Sébastien Chenu, transfuga dell’Ump e omosessuale militante. Siamo sicuri, d’altronde, che la fuoriuscita di Philippot comporti l’abbandono della sua linea che, ricordiamolo, è sempre stata confermata da Marine Le Pen e dalla maggior parte dei quadri del movimento, sempre genuflessi quando “Florian” era intimo della presidente e onnipotente delle sedi del partito (soprattutto per quel che riguarda l’attribuzione di posti remunerati e candidature)? Anche questo è lungi dall’essere certo. E anche se così fosse, le nuove opzioni saranno “radicali” (almeno in un’ottica identitaria) o, al contrario, più “liberali” nella speranza di una sempre fantasmatica “unione delle destre”?

In questo momento è molto difficile vederci chiaro e fare dei pronostici, anche perché, se finora si è molto parlato degli uomini e delle diverse personalità del Front natonal, delle loro divisioni e dei loro rancori, si è invece parlato molto poco di idee e di programmi. Beato chi riesce a capire cosa uscirà da questa tragicommedia che sta agitando un partito che appare sempre più “come gli altri”, senza una vera colonna vertebrale ideologica, un movimento che naviga a vista a seconda dei sommovimenti dell’opinione pubblica e delle ambizioni e dei piani di carriera degli uni o degli altri. Il Front national può ridiventare un grande partito di opposizione radicale, portatore di una “terza via” identitaria e sociale, o è condannato al naufragio qualunquista e populista in stile Beppe Grillo? Ancora una volta, è troppo presto per dirlo. Il futuro congresso, previsto per marzo 2018, potrebbe apportare un certo numero di risposte. Ma ciò che è certo è che il Front national non potrà dar vita a una profonda e ambiziosa rifondazione, il che fa sì che il suo elettorato, i suoi sostenitori e i suoi simpatizzanti siano per il momento perduti, abbattuti e scoraggiati di fronte allo spettacolo che è stato loro offerto dal momento dello snervante dibattito svoltosi prima del secondo turno delle presidenziali.

Xavier Eman

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