Roma, 14 ott – Luigi Di Maio ha annunciato lo stop alla vendita di armi alla Turchia. “Nelle prossime ora anche l’Italia” varerà “un decreto ministeriale” per bloccare “l’export degli armamenti verso la Turchia, per quanto riguarda il futuro dei prossimi contratti e dei prossimi impegni”. Così il ministro degli Esteri, a margine del Consiglio Affari Esteri in Lussemburgo, si è allineato agli altri Paesi europei, Francia e Germania su tutti, che avevano preso questa iniziativa nei giorni scorsi. Una mossa condivisibile di per sé, non fosse del tutto inutile. Il motivo è presto detto: Erdogan in questo momento non ha bisogno delle nostre armi.

Il secondo esercito della Nato

L’esercito turco è già il secondo più numeroso della Nato, potendo contare su 355mila effettivi. E’ inferiore soltanto a quello degli Stati Uniti, le cui truppe residue si sono ritirate proprio per lasciare campo a quelle di Ankara che sulla carta potrebbero oltretutto contare su altri 525mila riservisti. Un numero di soldati enorme, a cui andrebbero aggiunti i paramilitari che prendono ordini da Erdogan (156.800 stando alle stime dell’Atlante geopolitico Treccani del 2019) e le forze di matrice jihadista filo-turche dispiegate nel nord della Siria. Non solo, la Turchia dispone di un numero impressionante anche di mezzi militari: 492 aerei da combattimento, 3.200 carri armati e 194 unità navali.

E’ comprensibile dunque che il presidente turco non si senta affatto messo all’angolo da questa sorta di embargo europeo sulle armi. Tanto più che, come ammesso dallo stesso Di Maio, il decreto non può avere un effetto retroattivo e non può nemmeno riguardare le commesse già in essere. “E’ ovvio che riguarda quello che succede da domani in poi”, ha spiegato il ministro. Insomma, si blocca soltanto la futura vendita di armi.

Mosse simboliche e sanzioni alla Siria

“Era importante per noi – ha sottolineato Di Maio – che tutta l’Europa assumesse la stessa posizione: abbiamo lasciato ai singoli Stati l’impegno di farlo, perché questo crea immediatezza. Ognuno di noi, dopo questo impegno, potrà firmare i propri atti, che servono a bloccare l’export e, ovviamente, questo fa sì che non si debba lavorare ad un embargo europeo, che poi porta a mesi e mesi di lavoro, che avrebbero vanificato l’immediatezza dell’intervento”.

Toni enfatici a parte, stiamo parlando soltanto di una presa di posizione del tutto simbolica, che non scalfisce minimamente le mire del “sultano”. Esattamente il contrario di quanto l’Ue ha fatto e continua a fare nei confronti della Siria. Perché le sanzioni contro Damasco, prolungate a maggio scorso dal Consiglio dell’Unione Europea e tuttora in vigore, danneggiano direttamente popolo ed economia di una nazione che nonostante tutto ha mandato al fronte il proprio esercito per contrastare le ingenti truppe di Erdogan. Altro che chiacchiere.

Eugenio Palazzini

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