Roma, 1 set – L’Unité de coordination de la lutte antiterroriste (Uclat), organo francese incaricato per l’appunto di organizzare la risposta dello Stato al terrorismo, ha inviato questa estate un documento a tutti i prefetti transalpini in cui ha esaminato il profilo di 265 “francesi” (257 uomini e 8 donne) recatisi in Siria e Iraq per combattere nei ranghi dello Stato islamico e lì morti. Lci (La Chaîne Info, un canale televisivo all news francese) ha visionato il documento e ne ha resi noti i contenuti. Primo dato: l’età media è di 28 anni. I più vecchi sono la madre sessantaduenne di due jihadisti morta a causa di una malattia e Said Arif, ucciso a 60 anni da un bombardamento americano. I più giovani sono due fratelli di Tolosa di 12 e 14 anni. Se non stupisce che il 52% di loro sia discendenti di immigrati, va interpretato il dato secondo cui il 24% sarebbe nato in Francia da genitori senza legami con l’immigrazione (l’articolo di Lci non chiarisce la condizione del restante 24%).

Sarebbe interessante approfondire questo punto, per capire cosa si intenda con l’espressione “senza legami con l’immigrazione”, dato che, finora, tutti i terroristi che abbiamo conosciuto hanno, in un modo o nell’altro, origini extra-europee. Esiste, come fenomeno estremamente marginale, anche la realtà degli europei convertiti, come il ragazzo di Genova morto in Siria nelle fila dei “ribelli”. Risulta tuttavia difficile immaginare che un caduto dell’Isis su quattro con passaporto francese abbia origini alsaziane, bretoni, normanne, occitane etc. Ma, in assenza di ulteriori elementi, non è possibile saperne di più. Il 48% dei jihadisti esaminati era già conosciuto dalle forze dell’ordine per reati comuni. Il 56% di loro abitava in quartieri “prioritari”, cioè nelle periferie difficili.

Con sprezzo del ridicolo, l’Uclat commenta quest’ultimo dato sottolineando una “correlazione certa tra il cumulo di ineguaglianze sociali, economiche e scolastiche e i focolai di radicalizzazione”. Insomma, se uccidono è colpa nostra. In realtà i profili dei terroristi che hanno compiuto i recenti attentati in Francia ci raccontano spesso di persone integrate, con delle attività economiche, con frequentazione di scuole importanti alle spalle. Abdelhamid Abaaoud ha studiato in una delle scuole migliori di Bruxelles, Salah Abdeslam aveva un bar, Samy Amimour (uno dei macellai del Bataclan) faceva l’autista di autobus ed era un ex studente modello. È stato documentato, inoltre, che nei “quartieri difficili” ad alta densità immigrata, lo Stato francese investa molto più che nelle campagne arretrate abitate dai francesi, che però non per questo diventano terroristi in massa.

Il sociologo Dominique Lorrain, per esempio, ha realizzato uno studio comparativo sugli investimenti pubblici nel quartiere di Hautes-Noues, a Villiers-sur-Marne, e quelli nella periferia di Verdun. Il livello di povertà dei due quartieri è analogo, ma il primo viene classificato come “sensibile”, appunto per la forte e irrequieta presenza di immigrati. Ebbene, si scopre intanto che il reddito degli abitanti di Hautes-Noues è del 20% superiore a quello dei residenti a Verdun. Contando gli investimenti pubblici spesi per i due quartieri, inoltre, Lorrain ha calcolato come lo Stato abbia investito ben 12.450 euro per abitante a Hautes-Noues contro gli 11,80 euro per abitante di Verdun. Insomma, gli investimenti pubblici nel quartiere “sensibile” sono mille volte superiori rispetto a quello più povero, più decentrato e più sfortunato, ma senza immigrati.

Adriano Scianca

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