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Roma, 15 ago – “I talebani hanno iniziato a entrare a Kabul e avanzano da ogni lato“: a dirlo è il ministro dell’Interno afgano. Prima del previsto, molto prima, la capitale potrebbe cadere. Questione di giorni. Intanto l’ultima grande città, se escludiamo la capitale Kabul, è caduta. I talebani hanno preso Jalalabad, nell’est dell’Afghanistan, dove vivono più di 280mila persone.



E come spesso accaduto nelle ultime settimane, neppure hanno dovuto combattere per conquistarla. Di fronte all’armata fondamentalista, nessuno ha opposto resistenza. “Ci siamo svegliati questa mattina con le bandiere bianche dei talebani in tutta la città. Sono entrati senza combattere“, ha fatto sapere un residente della città all‘Afp. Oltre a Jalalabad i talebani hanno preso il controllo anche di altre aree della provincia e del valico di frontiera di Torkham, principale rotta commerciale e di transito fra l’Afghanistan e il Pakistan.

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I talebani si sono presi l’Afghanistan in dieci giorni

Mentre alle autorità governative non restano che poche città minori, oltretutto sparse a macchia di leopardo e distanti dalla capitale. Nessuna di queste ha poi una particolare importanza strategica. Dunque in appena dieci giorni i talebani si sono presi la gran parte dell’Afghanistan, arrivando alle porte della capitale, attualmente del tutto circondata. “Più tardi verrà presa una decisione separata su Kabul”, dice all’agenzia tedesca Dpa il portavoce talebano Zabihullah Mujahid. “La gente dovrebbe essere certa che non vogliamo uno stato di guerra a Kabul o, Dio non voglia, che nessuno venga danneggiato”. In realtà, a quanto pare, sono già a Kabul.

I talebani sono entrati a Kabul. La Farnesina: “Italiani rientrate, ponte aereo attivato”

Gli Stati Uniti hanno sbagliato pure le previsioni, altro che 90 giorni per la caduta della capitale. E così ora le ambasciate vengono abbandonate in tutta fretta. I governi delle nazioni occidentali hanno disposto l’evacuazione del proprio personale diplomatico. L’Italia ha dato il via libera alle operazioni atte al rimpatrio dello staff, conservando al momento soltanto un presidio della nostra sede diplomatica all’aeroporto di Kabul. Resta però il problema degli altri italiani che si trovano ancora in Afghanistan, ai quali l’ambasciata ha inviato una mail chiedendogli di lasciare la nazione asiatica al più presto.
“Facendo seguito agli inviti formulati a lasciare il Paese, visto il grave deterioramento delle condizioni di sicurezza, viene messo a disposizione dei cittadini italiani un volo dell’Aereonautica militare nella giornata di oggi 15 agosto alle ore 21.30 circa dall’aeroporto di Kabul”, si legge nel testo della mail. Attivando quindi un ponte aereo.

La grande fuga Usa

D’altronde la situazione è precipitata e sembra ormai irreversibile. Considerando anche le dichiarazioni del presidente americano Joe Biden. “Non passerò questa guerra ad un quinto presidente”, dice il leader della Casa Bianca. “Un anno o cinque anni in più di presenza militare Usa non avrebbe fatto la differenza se l’esercito afghano non può o non vuole tenere il suo Paese. E una presenza americana senza fine nel mezzo del conflitto civile di un altro Paese non è accettabile per me”, specifica Biden. Il presidente Usa incolpa poi il suo predecessore, Donald Trump, accusandolo di aver “lasciato i talebani nella posizione militare più forte dal 2001 e imposto la scadenza del primo maggio 2021″ per il ritiro delle truppe statunitensi “Quindi, quando sono diventato presidente, dovevo scegliere: proseguire l’accordo, con una breve estensione per l’uscita sicura delle forze nostre e alleate, o rafforzare la nostra presenza e mandare altre truppe americane a combattere ancora una volta in un conflitto civile di un altro Paese”, dice ancora Biden. Un triste, quanto inutile, scaricabarile. Perché di fatto sia i democratici che i repubblicani invocavano da tempo il ritiro dall’Afghanistan.

Eugenio Palazzini

 

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2 Commenti

  1. Se l’avanzata dei Talebani è stata così facile, forse è perché al popolo afghano sta bene così.
    In alternativa si sarebbe organizzato in qualcosa di simile ai partigiani per contrastarli.

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