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In Armenia, al confine con l’Azerbaigian. Prima parte del nostro reportage



Erevan, 15 luglio – Nonostante l’interesse dei media internazionali sulla questione armena sembra si sia dissolto con la tregua di novembre, dopo 40 giorni di conflitto tra Armenia e Azerbaigian per l’eterna contesa del Nagorno Karabakh, in questi ultimi giorni è tornata la tensione lungo il confine dei due stati. Arrivando alcuni giorni fa nella capitale Erevan con i volontari della missione umanitaria franco-italiana guidata da Solid Onlus e Solidarité Arménie, parlando con la gente e seguendo i media locali, abbiamo potuto apprendere fin da subito che la situazione tra Armenia e Azerbaijan è tutt’altro che tranquilla. Mentre il Nagorno Karabakh è ormai una sempre più ridotta e isolata enclave armena, completamente circondata dalle milizie azere che ne stanno devastando siti sacri e archeologici e con i soldati russi a tutelare uno stretto corridoio umanitario per gli armeni, salendo il confine verso nord, il conflitto non sembra terminare.

In Armenia, nella regione del Tavush

Nella regione del Tavush, confinante a nord con la Georgia e a est con l’Azerbaijan, ospitati nella caserma dell’esercito armeno a Ijevan, i vertici militari ci hanno spiegato i continui torti subiti in questa guerra mai spenta e le grandi difficoltà nel difendere un confine sempre più debole. Come a ovest il leggendario monte Ararat divide Armenia e Turchia, con quest’ultima che lo ha occupato militarmente ormai per intero, tutto il confine ad est, verso nord, è una lunga muraglia naturale di monti che si stagliano imponenti a separare le due diverse culture caucasiche di armeni e azeri.

Qua e là sono ben visibili ovunque le rovine moderne dell’Unione Sovietica e le tracce di povertà di una zona altamente depressa che accusa una grande crisi economica e lavorativa. In questo scenario di fabbriche dismesse e ruggine, i volontari della missione internazionale di solidarietà al popolo armeno hanno consegnato diversi quintali di aiuti alla caserma di Ijevan tra la curiosità e i ringraziamenti dei soldati.

Incontrando il comandante e il vicecomandante del Battaglione Ijevan nel corso di un accogliente colloquio riservatoci dai militari, sono emerse le più gravi problematiche legate a questo conflitto mai del tutto cessato. Tra le domande che abbiamo posto agli ufficiali, due in particolare hanno scosso l’animo degli armeni. La prima riguarda l’impiego di droni israeliani da parte del fronte azero, in grado di infliggere migliaia di perdite umane tra le trincee cristiane. La seconda, invece, dipinge sui volti dei combattenti un velo di rabbia mista a rassegnazione… Dalle parole dei soldati percepiamo infatti la momentanea sconfitta armena nella contesa del Nagorno Karabakh. Per la regione armena dell’Artsakh, da anni intrappolata all’interno dei confini azeri, le speranze di riconquistare l’indipendenza politica e ricongiungersi alla propria patria perduta, sono ormai nelle mani delle grandi potenze politiche militari.

Quel tremendo senso di impotenza

Mentre Turchia e Israele sostengono militarmente l’Azerbaigian, la Russia difende l’Armenia, ex colonia Urss. All’esercito di Putin si deve oggi, infatti, una tregua nella zona che, seppur operando di prepotenza con entrambi i fronti, tutela la popolazione armena consentendo il passaggio di viveri e rifugiati rimasti privi delle proprie case, confiscate e bombardate dall’esercito dell’Azerbaigian. I militari ci spiegano che per quanto ringrazino l’operato dei soldati di Mosca, riconoscendo loro l’importante ruolo di mediatori in questo continuo “gioco di forza” orientale, rimane però all’Armenia un tremendo senso di impotenza per essere stata mutilata del proprio territorio dell’Artsakh. 

Consegnando farmaci e diverso materiale utile alle zone del Tavush,  confinanti a nord con la Georgia e ad est con il pericoloso Azerbaijan, i volontari di Sol.Id hanno raccolto il ringraziamento dei soldati. “Per quanto i governi europei siano politicamente lontani dal sentimento nazionale armeno, predicando pace e umanità ma facendo morire migliaia di armeni nel più completo disinteresse – ci dice il comandante di Battaglione – riconosciamo la millenaria fratellanza che lega la nostra cultura al popolo francese e italiano. E voi, qui, oggi, ne siete la prova più incoraggiante”.

Un popolo in guerra

Arrivati al grande lago Sevan, nella regione orientale del Gegharkunik, costeggiandone le rive per oltre un’ora tra antichi monasteri e paesini rurali, saliamo notevolmente di altitudine raggiungendo i duemila metri della città di Vardenis. Qui, in periferia, incontriamo la famiglia di Vadim (nome di fantasia), il giovane soldato armeno che ci accompagna dall’inizio del nostro viaggio. Il padre e molti suoi amici fanno parte delle milizie volontarie armene. Cittadini, alcuni dei quali riservisti dell’esercito o militanti dei movimenti nazionalisti armeni, perennemente impegnati nella difesa del confine. Nonostante la località di frontiera disti solo pochi chilometri dal ricco e turistico lago Sevan, qui la vita scorre molto più lenta tra il lavoro nei campi e la pastorizia di mucche, capre e montoni che invadono le strade dissestate.

Una madre patria ferita 

Nella periferia di Vardenis incontriamo famiglie di rifugiati alle quali il governo armeno ha concesso una casa in seguito alla fuga dai territori dell’Artsakh occupati dagli azeri. Piccoli profughi che giocano spensierati lungo la strada insieme ai bambini locali, figli di una madre patria comune ferita da innumerevoli battaglie e genocidi. C’è chi indossa la maglietta da calcio della Roma, con il numero del giocatore armeno Mkhitaryan, e palleggia con un pallone insieme a un coetaneo che indossa i colori del Paris St. Germain. Tra la comitiva dei volontari italo-francesi si azzardano inevitabilmente pronostici e toto-scommesse sulla competizione degli ignari giovanissimi calciatori. Anche a Vardenis riscontriamo problematiche legate a una situazione di povertà lavorativa in cui vige l’antica arte dell’arrangiarsi con ciò che il territorio offre a questa altitudine. Se il riscaldamento qui è un bene non da poco, lo è ancora di più l’energia elettrica che, dalle case alle piazze, genera lunghi blackout durante i quali gli abitanti si arrangiano con generatori di corrente a gasolio.

Andrea Bonazza



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