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siria isisWashington, 2 lug – Dai 250 ai 400 dollari. Sarebbe questo l’ammontare che, mensilmente, viene corrisposto dagli Stati Uniti ai miliziani che in Siria combattono contro il legittimo governo di Bashar al-Assad.
A rivelarlo è il Pentagono stesso, secondo fonti citate dall’agenzia Reuters. Stando a quanto riferito da Steve Warren, portavoce del dipartimento della Difesa, sarebbero già 200 i ribelli “a libro paga”, mentre più di altri 1000 sono in procinto di iniziare l’addestramento. In totale, entro la fine dell’anno l’obiettivo è arrivare a 3000 miliziani pronti a scendere in campo sotto l’ombrello protettivo della Casa Bianca.
Il supporto da oltreatlantico alla causa anti-assadista non è una novità. Già dal 2012, infatti, gli Stati Uniti sostengono generosamente le fazioni che si oppongono al potere di Damasco e che ora devono fronteggiare l’avanzata degli jihadisti. I finanziamenti sono arrivati a pioggia, direttamente o indirettamente per il tramite dell’Arabia Saudita, storico alleato di Washington nella regione. Non sempre, tuttavia, gli aiuti (monetari e militari) sono arrivati laddove -almeno ufficialmente- volevano arrivare: in moltissimi casi, i fondi stanziati a sostegno dei combattenti che si vogliono “democratici” sono in realtà finiti a foraggiare le casse dell’Isis.
Lo stesso fronte presunto “moderato” in realtà nasconde più facce. Lo Stato Islamico non avrebbe potuto mettere piede in Siria senza attingere a piene mai tra le fila dei ribelli, che da parte loro sono frazionati in gruppi e gruppuscoli non sempre coordinati, e fra i quali la presenza di fondamentalisti islamici è ormai accertata. Ribelli e Isis sono quindi, di volta in volta, a seconda delle zone di operazioni e di influenza, alleati e nemici allo stesso tempo. Il rischio, ormai noto, è che finanziando i ribelli in realtà l’aiuto arrivi anche alle schiere di terroristi che fra Siria ed Iraq stanno trasformando la fu mezzaluna fertile in un pantano balcanizzato.
Roberto Derta

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