Roma, 14 mar – Poco sappiamo ancora sui colloqui iniziati stamani a Roma tra il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense, Jack Sullivan, e il responsabile della politica estera del Partito comunista cinese, Yang Jiechi. L’unica cosa certa è che al centro dell’incontro c’è “l’impatto della guerra della Russia contro l’Ucraina sulla sicurezza regionale e globale” e che a discuterne saranno le due superpotenze per ovvi motivi più determinanti nello scacchiere globale: Cina e Russia. Ma chi è il diplomatico mandato da Pechino a rappresentare gli interessi cinesi? Alcuni media l’hanno soprannominato “la tigre Yang”, eppure sarebbe meglio definirlo “un lupo”. Meglio: un esemplare dei cosiddetti “guerrieri lupo”. Vediamo perché.

Tutto nasce da un film

Da martedì primo febbraio 2022 siamo entrati nell’anno della tigre, uno degli animali totemici più importanti della simbologia cinese. Emblema di forza, coraggio e determinazione, la tigre sembra la rappresentazione perfetta di un gigante che da sempre si percepisce imperiale. Da qualche anno però Pechino ha impresso una svolta alla sua politica estera, rendendola più sfacciata e aggressiva. Un altro animale ha così lentamente sostituito draghi e tigri, assurgendo a simbolo di questo nuovo corso: il lupo.

Tutto ebbe inizio con l’uscita di Wolf Warrior, action movie di produzione cinese che riempì le sale cinematografiche (soprattutto asiatiche) nel 2015. Poi, due anni dopo, arrivò il sequel: Wolf Warrior 2. La pellicola, evidentemente ispirata ai modelli hollywoodiani, ebbe un successo incredibile: è tuttora il film di produzione non statunitense con maggiori incassi nella storia del cinema. In questa sede non è il caso di sviscerarne la trama, peraltro piuttosto scarna, basterà far notare che tutto ruota attorno al protagonista Leng Feng, ex ufficiale immaginario delle forze speciali di Pechino, impegnato nel salvataggio di lavoratori cinesi in una nazione africana. Può sembrare inverosimile, eppure questa megaproduzione cinese è utile per comprendere l’attuale stile dei reali “guerrieri lupo”, ovvero i diplomatici cinesi.

I guerrieri lupo e la Wolf Warrior Diplomacy cinese

Così soprannominati per descrivere la strategia internazionale di Xi Jinping, altrimenti nota come Wolf Warrior Diplomacy. E’ un’efficace definizione per inquadrare la nuova classe dirigente di Pechino, non più del tutto compassata e dedita alla dissimulazione confuciana, eccellente per nascondere i propositi aggressivi dietro una facciata affrescata con pennellate di buone maniere.
Questo non significa che un millenario modus pensandi sia stato di colpo stracciato, anzi. E’ senz’altro ancora viva la regola aurea di Deng Xiaoping: “Nascondi la forza, aspetta il tuo momento”.

Il grande balzo del lupo

Adesso però Xi Jinping, dopo anni profusi nella (ri)costruzione imperiale, ha capito che la Cina può fare davvero un grande balzo in avanti. Un balzo però che non ha nulla a che fare con il celebre, fallimentare, secondo piano quinquennale di Mao Zedong. Si tratta al contrario di una spinta decisiva da imprimere per imporsi sulla scena globale come prima potenza dominante.

Nel giugno 2021, l’ambasciatore cinese in Francia, Lu Shaye, spiegò il senso dei guerrieri lupo citando proprio le sopra menzionate parole Deng Xiaoping: “Il compagno Deng Xiaoping disse tao guang yang hui (nascondi la forza, aspetta il tuo momento, ndr), ma c’è anche una seconda metà della frase che recita: ‘you suo zuo wei’”. Questa seconda parte è traducibile con: “Ottieni qualcosa”. Secondo Lu, per la Cina ora è il tempo di “porre maggiore enfasi sull’ottenere qualcosa”. Ecco, adesso Pechino potrebbe tentare di “ottenere” ciò che nessuno sembra in grado di strappare: il cessate il fuoco in Ucraina. Sarebbe già “qualcosa”.

Eugenio Palazzini

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