Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 26 apr – Cosa farei se fossi nei panni del padre del piccolo Alfie e dovessi dare il consenso per staccargli la spina, ammesso che qualcuno me lo chiedesse, cosa che pare non scontata? La risposta umanamente più sensata a questa domanda è: non lo so. Non ne ho idea, perché non ho vissuto la quotidianità dei due anni di vita di Alfie, in gran parte trascorsa in ospedale. Non so se, in quelle condizioni, finisca per prevalere la percezione di un corpicino svuotato che va avanti stentatamente, forzatamente, artificialmente, senza poter gettare alcuno sguardo sul mondo, consumando se stesso e chi gli sta intorno in uno strazio insostenibile; oppure se da quegli occhi immersi nella tenebra filtri comunque una luce, per quanto flebile, che implori aiuto di fronte all’incomprensione di quel tormento, una richiesta che nessun genitore lascerebbe mai cadere nel vuoto, checché ne dicano giudici e medici.



Oltre all’irrisolvibile dramma umano, tuttavia, c’è una risposta politica che bisogna cercare (perché sì, mettiamocelo in testa, questa è politica). Dobbiamo situarci, cioè, su un piano in cui “mettersi nei panni di” non conta più, dove, anzi, chi è chiamato a decidere deve imperativamente non stare in quei panni. È questa l’essenza del diritto, dirimere le questioni secondo criteri oggettivi e non soggettivi, ovviamente chiamando in causa una oggettività né assoluta, né universale, ma “situata” nel contesto culturale dato. Qui, tuttavia, le cose si complicano perché, anticipo le mie conclusioni, nel contesto culturale del Regno unito del 2018, non vedo nessuno che possa arrogarsi il diritto di staccare quella spina. Ora, personalmente concordo, in linea di principio, con due degli argomenti usati anche da chi ritiene che sia lecito interrompere l’esistenza di Alfie: a) non è affatto vero che i singoli siano sempre integralmente sovrani su se stessi, sui propri corpi, né tantomeno su quelli dei propri figli, che non sono “di loro proprietà”; b) non è affatto vero che la vita, qualsiasi vita, sia un valore in sé sempre preferibile alla morte.

Applichiamo però i due principi generali al caso Alfie. Esistono davvero ragioni che impongano un intervento dello Stato, oltre e contro il volere dei genitori? Alfie non costituisce alcun pericolo o nocività per la sua comunità, se non per le spese del suo mantenimento in vita (ma allora si abbia il coraggio di dire che il problema è questo). Su un genitore che rifiutasse una pratica immunologica essenziale al proprio figlio, lo Stato sarebbe legittimato a intervenire, perché, in quel caso, il libero arbitrio dell’uomo andrebbe a cozzare non solo con la salute del bambino, ma anche con il benessere generale. Qui, tuttavia, si fa fatica a capire che interesse abbia la comunità a staccare la spina. E infatti la decisione del giudice non tira in ballo il bene comunitario, ma “l’interesse del bambino”, per il quale questa vita sarebbe cagione di maggiori sofferenze, rispetto alla morte. E qui entriamo quindi nel punto b) di cui sopra. L’idea che la morte, in taluni casi, possa essere scelta volontariamente perché preferibile a una vita di umiliazione e servaggio, lo sappiamo bene, è il cardine di ogni etica eroica, sin dai tempi di Achille, che scelse una vita breve ma piena di gloria a una lunga ma anonima.

Tutto questo, però, c’entra davvero poco con Alfie, che vive la sua tormentata esistenza in un contesto che è già di per sé post eroico, per tutti, a cominciare da coloro che vorrebbero con tanta fretta decretarne la morte. Morte che, peraltro, non avrebbe neanche il volto della ben più umana eutanasia esplicita, ma quello burocratico e vile dello spegnimento degli apparecchi di supporto vitale (ventilazione e alimentazione assistita), perché oggi si pretenderebbe di cogitare addirittura sulla morte avendo però paura di guardarla in faccia, il che già la dice lunga su tutta la questione.  E risultano piuttosto bizantine, in questo caso, le congetture di giudice e legislatore sulle sua “vita indegna”, in un quadro valoriale che non contempla alcuna concezione della “vita degna”. Il liberalismo, che gli anglosassoni conoscono bene per il fatto di averlo inventato, si basa proprio sul rifiuto di indicare all’uomo la “vita buona”. Ma se non c’è vita buona, non può neanche esserci vita non buona.

E quindi questo Stato non etico che decide di compiere un’ingerenza così potente nella sfera etica di due individui in nome di non si è capito bene cosa sembra davvero quel mostro “più freddo di tutti i mostri freddi” di cui parlava Zarathustra. Anche perché, se un’etica volessimo trovargliela, a questo Stato, ci troveremmo ad affondare in un pantano fetido, passando dal giudice attivista gay e profeta dell’omogenitorialità ai tanti twittaroli che in queste ore stanno commentando acidamente contro il conferimento della cittadinanza italiana ad Alfie, paragonandola con lo ius soli, argomentazione, quest’ultima, così smaccatamente idiota, ignobile, e faziosa che anche solo ipotizzare una risposta diversa da un manrovescio ci renderebbe compartecipi dell’infamia. Sono questi che devono decidere la sorte di Alfie? No, grazie. Ne avete perso il diritto. Gli indegni siete voi.

PS: Limitare la questione alle contraddizioni, ai limiti e alle indegnità di questa società potrebbe sembrare un modo furbo per eludere il cuore della questione. Si potrebbe infatti chiedere: in un’altra società e in un altro contesto sarebbe forse giusto staccare la spina? Risponderò sinceramente: in presenza di una diagnosi precisa, che qui non c’è, in assenza di sorprese mediche, che qui ci sono (il bimbo che respira autonomamente quando questo avrebbe dovuto essere impossibile), in un ospedale che non sia già stato implicato in scandali sul traffico d’organi, come è il caso dell’Alder Hey Children’s Hospital and Charity di Liverpool, nella totale certezza che Alfie non abbia più di umano che le funzioni basilari e vegetali, sì, la morte potrebbe essere contemplata come una soluzione più umana. Ma solo con il consenso dei genitori, proprio perché non c’è alcun bene comune in ballo.

Adriano Scianca



La tua mail per essere sempre aggiornato

6 Commenti

  1. Grande Direttore! La tua è un analisi lucida aldilà delle emozioni ed emotività ed anche alla rabbia,che un caso del genere possa e direi debba suscitare in un essere umano capace di un minimo di empatia verso una creatura indifesa. Anche i commenti che leggo sopra mi trovano concorde, devo però essere sincero, quello che mi spaventa è la superbia la superficialità e la crudeltà che stanno dimostrando i giudici ed i medici inglesi. La stessa Elisabetta II non ha fiatato sebbene il padre del piccolo le abbia rivolto una supplica, poyeva farlo per il suo compleanno,o per la nascita del suo ultimo bis nipote. Niente silenzio assoluto. Gli stessi concittadini di Alfie non si mostrano compatti nel sostenere questa famiglia,non capendo che se lasciano fare senza dire una parola i prossimi potrebbero essere i loro cari,a cui un medico la loro vita sembri inutile. Hai ragione questa è una questione di soldi qui non decidono più giudici o medici non c’è nessun “miglior interesse” da difendere, ci sono solo ragionieri e bilanci da far quadrare. E questo è molto grave, se sei povero crepi anche se potresti e vuoi vivere se sei ricco vivi anche se sei un vegetale…

  2. Aggiungo che i genitori, poco più che ventenni, hanno affronttato una battaglia che dire eroica è poco. Ora sembra che Thomas padre del piccolo abbia chiesto silenzio per tornare a “costruire un ponte e percorrere” con i sanitari dell’ ospedale. Fatica delusioni speranze tradite, non hanno piegato questi ragazzi.(fonte La Nuova bussola quotidiana)
    Certo le pressioni avranno indotto a cedere ad un compromesso per far uscire il piccolo da questa situazione di stallo e magari essere curato altrove. Questo si nel miglior interesse del bimbo. Chi crede e può preghi, io lo farò.

  3. La questione non è economica, altrimenti lo avrebbero spedito in Italia senza problemi. Qui si sta parlando di uno stato che vuole togliere la patria podestà ai genitori di Alfie e di tutti quelli che hanno o avranno un bimbo come lui, perché vogliono essere i padroni della vita e della morte. Non sopportano che un genitore possa prevalere sulle decisioni di un giudice gayfriendly. Qui lo stato vuole prevalere per arrogarsi il diritto di decidere chi uccidere e chi no Eugenetica 2.0.

  4. Provo a rispondere a Giorgio Rezzonico restando il più possibile lontano da una presa di campo (al contrario di come ha fatto lui).
    Egli accusa l’autore dell’articolo – Adriano Scianca – di essere amico di Casapound, i quali a loro volta si professano amici dei nazisti che commettevano atrocità nei confronti dei bambini.
    Innanzitutto Casapound se proprio si professa amico di qualcuno, si professa amico del fascismo e non del nazismo. Accertato questo fatto ne consegue che lo Scianca è stato accusato dal Rezzonico non di aver commesso lui stesso atrocità sui bambini, ma di essere amico di amici di amici che commisero atrocità sui pargoletti.
    In sostanza lo Scianca non si può permettere di esprimere un’opinione sui bambini perché amico di III’ grado di un partito che commise atrocità sui bambini.
    Caro lettore, non ti sembra un po’ esagerata la tua accusa?

Commenta