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Roma, 16 nov – A tredici giorni dal giorno delle elezioni presidenziali americane, il risultato finale è ancora incerto perché macchiato dalle accuse riguardanti i presunti brogli avvenuti soprattutto a causa del voto postale, di cui si sono avvalsi il doppio degli elettori rispetto al 2016. Per capire meglio ciò che è avvenuto bisogna comprendere meglio il sistema elettorale degli Stati Uniti, partendo dalle modalità di voto, un tema che è stato affrontato già durante la campagna elettorale da entrambi i candidati.

Nessuna identificazione al seggio in 17 Stati

Le normative per le votazioni negli Stati Uniti cambiano in base allo Stato, come le modalità di accesso al seggio. In 17 Stati, non è richiesto alcun documento che attesti l’identità della persona che si appresta a votare: California, Oregon, Nevada, Wyoming, Minnesota, Nebraska, New Mexico, Illinois, North Carolina, Maine, Vermont, New York, Massachusetts, Pennsylvania, New Jersey, District of Columbia e Maryland.

Solo in 6 Stati americani per votare è strettamente richiesto un documento di identificazione con la fotografia dell’elettore (Georgia, Indiana, Kansas, Mississippi, Tennessee e Wisconsin), mentre in 3 Stati è richiesto un documento anche senza fotografia (Arizona, North Dakota e Ohio). Negli altri Stati, vigono normative più blande per l’identificazione dell’elettore prima delle operazioni di voto.

Documento di identità: un “ostacolo” per minoranze

L’accesso al voto senza un documento di identificazione è una delle grandi battaglie delle organizzazioni progressiste americane. Il documento di identificazione rappresenterebbe un ostacolo discriminatorio di accesso al voto verso le “minoranze a basso reddito, razziali ed etniche”. Secondo l’American Civil Liberties Union (ACLU), che vanta ingenti finanziamenti dalla Open Society Foundations di George Soros, “tali elettori hanno più spesso difficoltà a ottenere un documento d’identità, perché non possono permettersi o non possono ottenere i documenti sottostanti che sono un prerequisito per ottenere un documento d’identità con foto rilasciato dal governo”. Secondo l’analisi dell’Aclu, fino al 25 per cento dei cittadini afroamericani in età di voto non avrebbero un documento di identità con foto rilasciato dal governo, rispetto a solo l’8% dei bianchi. Secondo il Brennan Center, sempre finanziato da Soros con un importo compreso tra i 500 mila e 999 mila dollari, la richiesta di un documento di identificazione per votare avrebbe un “effetto razziale”, come fu durante le legislazioni Jim Crow, falserebbe la democrazia e non limiterebbe i casi di frode.

La registrazione al voto

Le diatribe sull’accesso al voto non si fermano all’identificazione al seggio elettorale. Per esprimere la propria preferenza negli Stati Uniti è quasi sempre necessario essersi prima registrati volontariamente presso le liste elettorali, una pratica voluta affinché il voto fosse espressione di persone consapevoli. Per registrarsi, viene richiesto agli elettori di firmare un’autodichiarazione “sotto pena di spergiuro” in cui si afferma che sono cittadini americani e che soddisfano tutti gli altri requisiti di eleggibilità. Alcuni Stati da qualche tempo, per evitare frodi, stanno ridiscutendo tale modalità, e prima delle passate tornate elettorali statali non hanno ammesso la registrazione attraverso l’autocertificazione e hanno richiesto agli elettori prove documentali della cittadinanza, come la carta d’identità, il certificato di nascita, la carta di naturalizzazione, il passaporto, la patente o i documenti dei nativi americani.

Tra questi Stati troviamo il Kansas, l’Arizona, l’Alabama e la Georgia. Il think tank progressista Demos, finanziato anch’esso da George Soros, afferma che la tale modalità di registrazione alle elezioni sia altamente discriminatoria soprattutto per le minoranze etniche, che hanno più difficoltà di accesso ai documenti richiesti e rendono più difficoltose le campagne comunitarie di registrazione che avvengono in luoghi pubblici, come chiese, centri per anziani e campus universitari, istituite per favorire l’accesso al voto soprattutto alle persone nere e di origine latina. Demos ha affermato addirittura che “se l’elettore ha una forma ammissibile di prova della cittadinanza, potrebbe non essere disposto a fornire nemmeno una copia della sua patente di guida, certificato di nascita o passaporto a uno sconosciuto, date le legittime preoccupazioni che possa essere perso o rubato o che si verificherà un furto di identità”.

La querelle sulla modalità di accesso alla registrazione al voto ha ripreso vigore dopo le elezioni presidenziali del 2016 con la “Commissione per le frodi elettorali” voluta da Donald Trump, secondo cui milioni di immigrati clandestini che vivono negli Stati Uniti sarebbero riusciti a votare quattro anni fa. Nel 2013, la Corte Suprema degli Stati Uniti si era già espressa al riguardo, stabilendo che i singoli Stati non possono richiedere i documenti che attestano la cittadinanza americana e devono accettare il modulo di registrazione federale che prevede l’autodichiarazione. Come scrisse nel 2017 Pew, organizzazione progressista finanziata da Soros e dalla fondazione di Bill Gates, nonostante la sentenza della Corte Suprema, “le organizzazioni per i diritti di voto temono che l’amministrazione Trump spingerà molti altri stati a richiedere la prova dei requisiti di cittadinanza per le elezioni statali”. Ora che l’equilibrio all’interno della più alta corte federale sono cambiati, con la scomparsa della progressista Ruth Bader Ginsburg e la nomina della conservatrice Amy Coney Barrett, probabilmente le modalità di registrazione al voto potranno essere ridiscusse per evitare frodi e brogli.

Gli Stati in bilico e le differenti modalità di voto

Prima delle ultime elezioni americane, gli Stati in bilico tra i due candidati erano 12, tra questi 8 Stati con regole più o meno ferree per l’identificazione al seggio (Arizona, Texas, Iowa, Wisconsin, Michigan, Ohio, Georgia e Florida).

Durante le ultime elezioni, più di 100 milioni di americani hanno scelto di votare anticipatamente sia nei seggi elettorali preposti sia tramite il voto postale (circa 65 milioni), il doppio rispetto al 2016. Questo sistema è utilizzato da anni in 34 Stati su 50. Nei 16 Stati rimanenti, in cui questa pratica non è abituale, il voto a distanza è limitato a persone che sono impossibilitate a spostarsi come malati, disabili e anziani. Le restrizioni sono state ulteriormente allentate a causa dell’emergenza sanitaria legata al coronavirus e dalla conseguente necessità di limitare il più possibile gli assembramenti ai seggi, e Joe Biden ha più volte invitato gli americani al voto postale. Esistono due forme per accedere al voto postale: absentee ballot e mail in ballot. Nel primo caso la scheda deve essere richiesta, nel secondo la scheda elettorale viene spedita a tutti gli aventi diritto, senza richiesta. Nel caso del voto postale, quindi, fa fede la registrazione dell’elettore con l’autodichiarazione di cittadinanza, senza passare per ulteriori controlli sull’identità.

Il significato politico del voto postale

Il voto postale, sostenuto ampiamente da Joe Biden durante la campagna elettorale, è stato incrementato per favorire l’elettorato con dati demografici specifici, come spiega Charlotte Hill, ricercatrice di politiche pubbliche presso l’Università di Berkeley: “C’è stato un aumento sproporzionato per le persone che hanno storicamente riscontrato maggiori barriere al voto: giovani, elettori neri, persone con meno istruzione e meno ricchezza”, ovvero categorie che tradizionalmente votano per il Partito Democratico. Infatti, durante lo spoglio, negli Stati chiave, si è assistito ad un sorpasso di Biden proprio in seguito al conteggio dei voti inviati per posta, conteggiati successivamente a quelli effettuati al seggio. In questa sede, non si vuole entrare nella querelle in merito alle accuse di brogli del presidente Trump, ma facciamo solo una considerazione: la rimonta di Biden in Georgia, Stato in cui vige una normativa stringente di identificazione, è stata determinata dai voti postali, che di fatto hanno scansato il problema dell’esibizione del documento con fotografia richiesto al seggio elettorale. Sicuramente, in modo legittimo o meno, il voto postale ha influito sulle ultime elezioni presidenziali americane.

Francesca Totolo

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5 Commenti

  1. Ottimo articolo anche a conferma degli sviluppi elettorali in democrazia sempre più fuffa!! Non solo in Usa.
    Voto a chiunque, voto ai “minorenni”, voto postale, voto ai cittadini all’ estero, voto ai tossici, ecc.ecc., così da mantenere elevati livelli di ignoranza e ampie possibilità di brogli per una voluta mancata trasparenza.
    Nei fatti, più il popolo cresce in meglio e più (anche) il sistema democratico va in stallo. Un paradosso?!
    Forse è una questione di uomini, non di sistema…

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