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Alenia-stabilimento-grottaglieTaranto, 12 gen. – Il vero volto del mercato globale, senza limiti, frontiere e controlli non perde occasione per mostrare il suo vero volto. Volto che purtroppo molti si ostinano ancora a non voler riconoscere. Può quindi facilmente succedere che una ditta importante come Alenia Aermacchi, azienda di punta del settore aeronautico di cui spesso abbiamo positivamente parlato sulle pagine di questo quotidiano, decida di non rinnovare il contratto a 38 lavoratori italiani impiegati nello stabilimento di Grottaglie e di reintegrare, al loro posto, 40 lavoratori rumeni.



Com’è lecito aspettarsi questa decisione ha sollevato un polverone di polemiche. “L’amministratore delegato deve darci risposte” ha tuonato il sindaco, Ciro Alabrese, chiedendo un incontro con i vertici dell’azienda. Anche i sindacati mostrano il loro disappunto con un timido comunicato, ma con calma, per non rischiare di cadere nella trappola del razzismo: “Non vogliamo mostrarci intolleranti nei confronti dei lavoratori stranieri, anche perché l’atteggiamento razzista non fa parte del nostro dna, ma riteniamo giusto che Alenia debba darci alcune spiegazioni, evitando di eludere il sacrosanto principio delle pari opportunità e dignità a tutti i lavoratori.” Ha comunicato la Fim Cisl in una nota invitando l’azienda “rivedere la sua posizione, da noi non condivisa, in considerazione della grave e conosciuta drammatica situazione occupazionale in cui versa il territorio ionico”. Sia mai che non ci accusino di razzismo, proprio noi che tanto siamo avvezzi all’uso ghettizzante del termine.

Intanto tra una scusa e l’altra 40 famiglie rischiano di vedersi privare quello che probabilmente è l’unico reddito di famiglia in una zona come, quella jonica, cosi carente di posti di lavoro. Ma com’è potuto succedere? Andiamo ad analizzare il caso.

E’ bene precisare innanzi tutto che tutti i lavoratori, italiani e rumeni, erano sono dipendenti dell’agenzia interinale Quanta, ditta che da anni supporta Alenia nella selezione di personale. La quanta ha una sede in ogni paese interessato da Alenia e quindi, ovviamente, anche in Romania. Ma se il personale arriva dalla stessa ditta per quale motivo si è data la precedenza ai lavoratori rumeni? Semplice, perché un operaio rumeno accetta qualunque condizione pur di lavorare, poiché i contratti stipulati nel loro paese d’origine sono sicuramente meno stringenti e flessibili di quelli nostrani, soprattutto a causa del livello di sindacalizzazione nettamente inferiore.

Anche la differenza di professionalità gioca a sfavore di tale scelta dato che la capacità dei nostri lavoratori ormai nota a tutti, specialmente all’estero. Occorre anche ricordare che, in media, questo tipo di contratti sono più lunghi per il personale italiano e non sono aggravati da eventuali costi di trasferta. Sembra quindi che il vantaggio sia dovuto esclusivamente alla maggiore flessibilità dei contratti e ad una minore tutela dei diritti del lavoratore. In fondo, perché assumere operai se posso importare schiavi?

Il problema è ovviamente grave e purtroppo non si limita al caso in questione ne tantomeno ad Alenia che rappresenta al massimo un esempio eclatante. Una ditta di tale entità dovrebbe pensare al bene del proprio Paese non solo per questioni etiche, ma anche  perché in fondo gli conviene, soprattutto in termini di qualità del prodotto. Ancora una volta però la questione è politica. Finché tutto questo verrà consentito e finché permarrà l’ignobile salasso a cui le ditte sono sottoposte il problema verrà certo risolto ne tantomeno attenuato, anzi, può solo peggiorare. I sindacati, dal canto loro, dovrebbero finalmente capire che ditte di questa portata ed importanza non temono certo lo sciopero di un giorno o le proteste di qualche rappresentante locale rimaste infatti pressoché inascoltate.

Per una ditta che ha come cliente principale i Dipartimenti della Difesa delle principali nazioni, il nostro in primis, un sindaco è poca cosa. Forse se il Governo iniziasse a tutelare e prediligere i propri cittadini le cose andrebbero diversamente, in fondo perché la ditta dovrebbe indispettire proprio il suo principale contraente?

 Cesare Dragandana

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