mattarellaRoma, 29 gen – Un politico, figlio di politici. Un democristiano. Già ministro di De Mita. E ovviamente filo-americano. È questo il personaggio che mette d’accordo il frizzante Renzi, l’intransigente minoranza Pd, i barricaderi vendoliani. Sergio Mattarella al Quirinale: l’idea mette d’accordo tutti. Tranne Berlusconi e Alfano, che invece vogliono Giuliano Amato (bocca taci…).

In molti hanno ricordato una frase di De Mita che dice tutto: “In confronto a lui, Arnaldo Forlani era un movimentista”. Insomma, un uomo diccì vecchio stampo, un temporeggiatore moralista, che non alza i toni e media fino al logoramento.

Giudice costituzionale, 74 anni, palermitano, negli ultimi anni Mattarella è stato familiare agli italiani più che altro in forma derivata. Da lui, infatti, deriva il Mattarellum, la legge elettorale che ha preceduto il Porcellum e che, come spesso capita in Italia, tutti erano concordi nel ritenere orribile salvo oggi ricordarla come fossero le leggi di Licurgo.

Da buon notabile meridionale, Mattarella è figlio d’arte. Il padre Bernardo, membro della Costituente e pezzo grosso della Dc, è stato più volte ministro. Il solito miracolato, insomma, paracadutato nella politica per diritto dinastico. In gioventù ha militato tra le file della Gioventù Studentesca di Azione Cattolica e della Fuci ed è poi stato docente di Diritto parlamentare presso l’Università di Palermo.

Democristiano doc, corrente Aldo Moro, è entrato in Parlamento nel 1983 in quota Zaccagnini. Tre anni prima, il 6 gennaio del 1980, il fratello Piersanti, presidente della Regione Sicilia, era stato assassinato dalla mafia in quello che fior di giudici ritennero per anni un omicidio commesso dai neofascisti.

In seguito fu ministro di De Mita, Goria e Andreotti, ma con quest’ultimo ruppe per protesta contro l’approvazione della legge Mammì. Da qui l’ostilità ancora oggi riconfermata di Silvio Berlusconi, mentre a sinistra fu ben presto adottato anche dopo la caduta della Prima Repubblica.

C’è il suo zampino anche nell’abolizione del servizio militare obbligatorio, stabilita con una legge del 2000 elaborata però durante il governo Amato II, di cui appunto Mattarella era ministro della Difesa.

Sarà poi vicepresidente del consiglio poi di titolare della Difesa con D’Alema. In questo ruolo si schierò convintamente a favore dell’aggressione Nato alla Serbia, cosa che lo legherà agli Stati Uniti. Nel 2001 viene rieletto alla Camera con la Margherita. Riconfermato nel 2006 per la lista dell’Ulivo. Nel 2008, alla caduta del governo Prodi, cessa il suo mandato in Parlamento e dal 2011 è giudice della Corte costituzionale.

Insieme ad altri cinque ha scritto il manifesto fondativo del Partito democratico.

Il senso della sua nomina, da parte di Renzi, è stato descritto così da Dagospia: “Alla fine, come volevasi dimostrare, Matteo Renzi ha scelto una figura perbene ma sbiadita. Issare il giurista Sergio Mattarella sul Colle significa garantirsi un presidente lontano dai giochi, senza smanie di popolarità e protagonismo, conosciuto a stento nel Palazzo, privo di rapporti internazionali. Insomma, quanto di meno ingombrante si possa immaginare per l’ego ipertrofico dell’inquilino di Palazzo Chigi”.

Giorgio Nigra

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