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Carlo De BenedettiRoma, 5 mag – Maledetti questi zoticoni, da quando gli abbiamo dato gli smartphone sono diventati populisti. È questa, più o meno, la tesi con cui Carlo De Benedetti spiega la situazione politica globale. Il patron del gruppo L’Espresso ha manifestato le ansie della buona borghesia illuminata nel corso della serata di apertura del 6° Festival della tv e nuovi media di Dogliani.

L’imprenditore ha partecipato a un dibattito con il ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda, rispondendo alle domande del giornalista Ferruccio De Bortoli. “Viviamo in un’epoca in cui l’avanzata veloce delle tecnologie si accompagna al ritorno dei populismi”, ha spiegato De Benedetti. Aggiungendo che “a differenza di un secolo fa, la tecnologia non è più appannaggio delle élite. Quella tecnologia si è anzi diffusa parallelamente all’acuirsi delle diseguaglianze che ha determinato”.

Hai capito: quindi l’orrido populismo – che poi, lo sappiamo bene, altro non è che una maschera del fascismo, il quale a sua volta è solo orrore e sopraffazione – deriva dalla diffusione “democratica” della tecnologia. Se solo avessimo diffuso internet solo alla “élite” (selezionata in che modo?) saremmo stati a posto. Una visione di un classismo e di un razzismo sociale che fa spavento. Tanto che, a confronto, lo scialbissimo Calenda ha fatto la figura del luminare, quando ha detto: “Uno degli errori commessi in questi anni dalla politica è stato quello di offrire una lettura semplicistica dei fenomeni. Non serve criminalizzare chi ha paura del cambiamento. Perché è giusto temere gli effetti della globalizzazione. Che produrrà vincitori e vinti. Non basta dire che chi vince la globalizzazione starà meglio. La politica deve occuparsi anche di chi perde. Ai lavoratori dei call center non basta dire ‘arrangiatevi, non siete competitivi’”. Forse De Benedetti ora toglierà la tecnologia pure a lui.

Giorgio Nigra

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