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GattopardoRoma, 29 dic – La questione euro è oramai agli sgoccioli, persino per il gran maestro del Pd, l’ingegner Carlo De Benedetti, nonché per una sequela sterminata oramai di economisti persino liberisti. Per questo la vera questione è prepararsi al dopo, e sviluppare una piattaforma che sia realmente alternativa al modello di sviluppo ambientalista e marginalista che ci è stato imposto, dato che la burocrazia europea è persino disposta a rinunciare all’euro se si salva il mercato unico e con esso l’Ue che non è altro che la mera sovrastruttura giuridica dello stesso.

Apparentemente, quanto scritto potrebbe sembrare il piccato commento di chi, da sempre avverso all’euro, scopre che (con ritardo clamoroso) oramai sono varie le forze politiche o i singoli esponenti di partiti più o meno importanti ad aver fatto propria questa battaglia. Ma non è così, anzi vuole essere un segnale d’allarme contro quello che, allo stato delle cose, è il peggior rischio a cui andiamo incontro: il gattopardismo. Persino Renzi, che è un opportunista nato, potrebbe diventare “euroscettico”, e nell’ipotesi peggiore potrebbe essere lui a traghettare l’Italia fuori dall’eurozona. Il pericolo più grande è che infatti la transizione venga guidata da gente incapace, che faranno di tutto per cambiare tutto senza cambiare realmente nulla.

Prima questione: va bene uscire dall’euro, ma cosa ne dobbiamo fare del mercato unico europeo? Se usciamo dall’euro senza uscire dai trattati, avremmo una salutare boccata d’ossigeno dalla necessaria svalutazione del cambio (in realtà dalla pesante rivalutazione del marco), ma al contempo ci esporremmo allo “shopping” a prezzi di saldo delle nostre imprese e dei nostri immobili. La confindustria tedesca di fatto punta a questo, cioè a compensare le perdite di fatturato che necessariamente seguiranno alla rivalutazione del marco utilizzandone la forza per comprare nel sud Europa (in particolare in Italia) gli asset che riterrà strategici per il sistema manifatturiero tedesco. Già ora le imprese italiane sono vittime -contrariamente alla vulgata che ci diceva che l’euro ci avrebbe difeso dalle acquisizioni estere- di concorrenti straniere piene di liquidità, che nel caso di una svalutazione della lira del 20% o 30% tenterebbero sicuramente di approfittarne. Quindi, uscire dall’euro senza contemporaneamente imporre severi controlli sui movimenti internazionali di capitale è gattopardismo.

Seconda questione: cosa dobbiamo farne delle banche maggiori una volta usciti, stante anche il fatto che è probabile che i Btp crollino a seguito della svalutazione, infliggendovi quindi perdite gravissime? Bisognerà seguire la strada Mps e ripianarne le difficoltà con soldi pubblici, oppure approfittare della situazione per rimettere il sistema finanziario nazionale sotto il controllo dello Stato? In altre parole, bisogna una volta usciti dall’euro nazionalizzare le tre o quattro banche più grosse, per fonderle così in un istituto di credito a capitale interamente pubblico, autorizzato a finanziare (a basso interesse e lungo termine) esclusivamente le imprese italiane. Basta credito al consumo, basta mutui a scopo abitativo, basta speculazione finanziaria…si limitino a sostenere chi produce e da lavoro. Quindi, uscire dall’euro senza nazionalizzare le grandi banche è gattopardismo.

Terza questione: come ci regoliamo con il lavoro subordinato? C’è da scommetterci che usciremo dall’Euro e si dirà che “c’è da fare dei sacrifici”, come se salari e pensioni non avessero già fatto abbastanza. Ovviamente, noi sappiamo che l’uscita dall’Euro non comporta quel massacro per il potere d’acquisto che ci prospettano, ma potrebbe essere usata come scusa (come nel ’92 a seguito dell’uscita dallo SME) per comprimere ulteriormente i diritti dei lavoratori. Quindi, uscire dall’Euro senza difendere il lavoro subordinato, magari attraverso l’attuazione dell’articolo 46 della Costituzione sulla compartecipazione dei lavoratori, è gattopardismo.

Quarta questione: ci limitiamo a godere dei vantaggi del cambio flessibile e continuiamo a strangolare di tasse le imprese e le famiglie, scaricando in pratica le nostre problematiche all’estero? Ci sono nell’aria un sacco di proposte in tal senso, fra cui la più accreditata e presunta rivoluzionaria è quella della flat tax, inventata non a caso dal falco neocon Alvin Rabushka, per cui una famiglia che guadagna un milione in capital gain, interessi ed affitti paga meno di una che ne guadagna 40.000 con due stipendi. Per chi volesse approfondire il concetto, si consiglia il fondamentale saggio di David Cay Johnson “Perfect Legal” sui sistemi fiscali pro-rendita e pro-ricchi introdotti in occidente a partire dalla Tatcher, ed in cui si situa perfettamente il concetto di flat tax. La nostra soluzione l’abbiamo già espressa più volte: fatto salvo il fatto che la pressione fiscale complessiva va ridotta e di molto, comunque la tassazione sui redditi va azzerata e sostituita con la tassazione dei patrimoni al netto dei debiti, per colpire quell’1% della popolazione che controlla il 45% della ricchezza nazionale. Chiesa compresa. Altro che ricette tatcheriane e neoliberiste pro-rendita e pro-ricchi che si spacciano pure per essere a favore del popolo. Quindi, uscire dall’euro e mantenere o addirittura accentuare un sistema fiscale pesantemente pro-rendita e pro-ricchi è gattopardismo.

Quinta e più importante questione: come vogliamo usare questa sovranità monetaria una volta riconquistata? Ci limiteremo a tamponare delle falle, magari a fare inutili politiche di “quantitative easing” come negli USA, che ancora una volta avvantaggiano le banche, i fondi speculativi ed i miliardari oppure la trasformiamo in un volano di sviluppo? Se sovranità monetaria sarà, allora che si imponga alla banca centrale di monetizzare senza interessi un vastissimo programma di investimenti pubblici in disavanzo per incrementare occupazione, risparmio diffuso e produttività del lavoro. Come, sia pur indirettamente, è avvenuto in Italia di fatto fino al 1981. Gli ambiti di intervento possibili sono tantissimi: produzione elettronucleare; pirolisi dei rifiuti solidi urbani; banda larga universale e gratuita; alta velocità e treni a levitazione magnetica, che oggi la tecnologia rende finalmente convenienti; valorizzazione del sistema portuale; prevenzione del rischio idrogeologico; ricerca pubblica. Oltretutto, la crescita del Pil è l’unica condizione a cui può risultare sostenibile per lo Stato sociale il taglio della pressione fiscale, fatto salvo ovviamente il principio di cui sopra.

Matteo Rovatti

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