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Roma, 7 lug – Alla fine i giallofucsia trovano la quadra sul decreto Semplificazioni “salvo intese”. Il via libera del Consiglio dei ministri è arrivato dopo una riunione-fiume, terminata poche ore fa, intorno alle 4.30. A quanto pare, il “salvo intese” – ossia il fatto che il testo del decreto non è definitivo e che potrà essere riveduto e corretto prima della pubblicazione in Gazzetta ufficiale – sarebbe dovuto a questioni tecniche, perché l’intesa politica sui nodi da sciogliere invece sarebbe stata raggiunta. Il che è tutto da verificare, ma lo scopriremo presto. Intanto però, con questa tregua nella maggioranza, il premier Giuseppe Conte potrà andare alle trattative Ue “sfoggiando” riforme che ancora non ci sono.

Sono 50 le grandi opere da sbloccare

Tra i punti più controversi, tanto da ritardare il Cdm – iniziato con oltre due ore e mezza di ritardo – e poi da farlo durare così tanto, l’elenco delle grandi opere da sbloccare, appalti che potranno viaggiare su una “corsia preferenziale” su ispirazione del cosiddetto modello Genova, come chiedevano da giorni M5S e Iv, senza riuscire a mettere d’accordo Pd e LeU. Ebbene, alla fine la maggioranza è venuta a capo di una lista di 50 opere, che potranno essere affidate a dei commissari nominati con Dpcm ad hoc da qui a fine anno (senza gara d’appalto, quindi). La lista non figura nel testo del decreto, ma è inserito nell’allegato infrastrutture adottato insieme al Programma nazionale di riforma, approvato sempre nella riunione di ieri insieme all’assestamento di bilancio e al rendiconto dello Stato.

Abuso d’ufficio e “paura della firma”

Sul fronte della riforma dell’abuso d’ufficio, altro scoglio del dl Semplificazioni, sarà necessaria una riformulazione tecnica del testo. Resta però il muro contro muro di Iv, con la capodelegazione dei renziani Teresa Bellanova, che nel corso della riunione ha “confermato le riserve già espresse“. Allo stato attuale sarebbe confermato l’intento della riforma di circoscrivere i margini di responsabilità per abuso d’ufficio elencando ipotesi e violazioni che fanno scattare il penale, riducendo dunque la rilevanza della “discrezionalità” di pubblici ufficiali e incaricati di un pubblico servizio. In modo tale da superare quella che il premier ha definito la “paura della firma” e che frena il lavoro dei dirigenti pubblici. Il danno erariale, sempre nell’ottica dell riforma, scatterebbe solo in caso di dolo.

Che cosa c’è nella bozza del decreto

Ad andare a scorrere la bozza del decreto – 48 articoli in 100 pagine – figurano inoltre la digitalizzazione della Pubblica amministrazione, con servizi e pagamenti che potranno essere gestiti da un’app e la carta d’identità digitale che assume un ruolo sempre più centrale per accedere ai servizi della Pa. Procedure speciali, e più veloci, inoltre, per la valutazione di impatto ambientale e per le autorizzazioni da parte degli enti locali. Tutte misure che “salvo intese” dovrebbero concorrere alla semplificazione della macchina pubblica. Sempre se il testo – che peraltro non è stato discusso insieme con l’opposizione – verrà confermato senza troppe variazioni e quella che Conte, con il consueto profilo da umile servitore dello Stato, ha definito “la madre di tutte le riforme” sia davvero messa in pratica.

Conte vuole “vendersi” il decreto in Ue 

Conte però così salva la faccia in vista degli appuntamenti europei, a partire dal tour iberico di oggi (sarà a Lisbona per cercare alleati sul Recovery fund). Il premier potrà dire di aver appena varato un pacchetto di riforme strutturali di quelle tanto amate dai tecnocrati di Bruxelles. Peccato che l’intesa sia in realtà una tregua all’interno di una maggioranza sempre più divisa e che i provvedimenti sono ben lungi dall’essere definiti.

Adolfo Spezzaferro

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