Roma, 28 ott – Sono bastate meno di 24 ore per rendere sempre più precaria la posizione di Giuseppe Conte. Mentre gli umbri si recavano alle urne per regalare all’alleanza di governo da lui presieduta una sonora sberla elettorale, contemporaneamente il Financial Times rivelava sulla sua edizione online che “un fondo di investimento sostenuto dal Vaticano al centro di un’indagine sulla corruzione finanziaria era alla base di un gruppo di investitori che assunse Giuseppe Conte per lavorare ad un accordo“. Secondo i documenti visionati dal quotidiano della City il collegamento con il presidente del Consiglio “probabilmente attirerà un ulteriore esame sull’attività finanziaria del Segretariato di Stato vaticano, la potente burocrazia centrale della Santa Sede, che è oggetto di un’indagine interna su transazioni finanziarie sospette”. 

Il possibile conflitto di interessi

La questione risale a poche settimane prima dell’insediamento del governo gialloverde: “Nel maggio 2018”, spiega il Financial Times, “Conte è stato ingaggiato per una consulenza legale dal gruppo Fiber 4.0. il cui principale investitore è l’Athena Global Opportunities Fund, fondo sostenuto interamente per 200 milioni di dollari dal Segretariato di Stato vaticano e gestito da Raffaele Mincione”. Le tempistiche e le modalità potrebbero inchiodare Conte in merito ad un possibile conflitto di interessi. Vediamo di capire perché.

Proprio in quel periodo il fondo di investimento “era impegnato in una battaglia per il controllo della compagnia di telecomunicazioni italiana Retelit“, ricorda il quotidiano britannico. Battaglia persa, visto che gli azionisti preferirono due investitori stranieri: la tedesca Shareholder Value Management e la compagnia di telecomunicazioni libica. E’ qui che entra in gioco Conte con il suo parere legale del 14 maggio dove spiegava, stando ai documenti visionati dal Ft, che la decisione degli azionisti “poteva essere annullato se Retelit fosse stata collocata sotto le regole del golden power, che permettono al governo italiano di stoppare il controllo straniero di compagnie considerati strategiche a a livello nazionale”. La notizia della consulenza dell’avvocato Conte alla Fiber 4.0, quando il suo nome già circolava tra i papabili per l’esecutivo, era in realtà già nota da tempo.

Guarda caso pochi giorni dopo l’insediamento del governo gialloverde il Consiglio dei ministri si trovò proprio a dover decidere sull’applicazione del golden power nei confronti di Retelit. Il 7 giugno 2018 a presiedere il Cdm c’era il vicepremier Matteo Salvini, visto che Conte si trovava al G7 in Canada. Stante alla replica della Presidenza del Consiglio all’articolo del Financial Times, il premier scelse volontariamente di “astenersi formalmente e sostanzialmente da qualunque valutazione”. Conte dunque nega ovviamente ogni possibile conflitto di interesse.

La replica della Presidenza del Consiglio

“Quanto ai fatti riferiti dal Financial Times“, riporta la nota diffusa da palazzo Chigi, “si precisa che Conte ha reso solo un parere legale e non era a conoscenza e non era tenuto a conoscere il fatto che alcuni investitori facessero riferimento ad un fondo di investimento sostenuto dal Vaticano e oggi al centro di un’indagine. Nei primi giorni del maggio 2018 l’allora avvocato Conte ha ricevuto dalla società Fiber 4.0 l’incarico di scrivere un parere pro veritate circa il possibile esercizio, da parte del governo, dei poteri di golden Power nei confronti della società Retelit. In quel momento, ovviamente, nessuno poteva immaginare che, poche settimane dopo, un governo presieduto dallo stesso Conte sarebbe stato chiamato a pronunciarsi proprio sulla specifica questione oggetto del parere”.

Per evitare ogni possibile conflitto di interesse”, prosegue la nota, “il presidente Conte si è astenuto anche formalmente da ogni decisione circa l’esercizio della golden power. In particolare non ha preso parte al Consiglio dei Ministri del 7 giugno 2018 (nel corso del quale è stato deliberato l’esercizio dei poteri di golden power), astenendosi formalmente e sostanzialmente da qualunque valutazione. Si fa presente che in quell’occasione il presidente conte era impegnato in Canada per il G7. Pertanto non esiste nessun conflitto di interesse, rischio questo che peraltro era già stato paventato all’epoca da alcuni quotidiani. La circostanza era stata già chiarita e, in particolare, era stato già chiarito che Conte non ha mai incontrato né conosciuto il sig. Mincione”. Sarà. Ma se la ricostruzione del Financial Times venisse confermata le dimissioni di Giuseppe Conte inizierebbero a diventare un fatto concreto.

Davide Di Stefano

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