La riunione annuale del World economic forum a Davos suscita, in chi avversa quel mondo, reazioni contrastanti e talvolta complementari. C’è chi invoca un salvifico meteorite che centri, con chirurgica precisione, la piccola cittadina svizzera, riducendola in un mucchietto di polvere; c’è chi invece la prende sul ridere, passando in rassegna le facce dei partecipanti, veri monumenti viventi alle follie che stiamo vivendo; c’è il fatalista, rassegnato all’idea che gli scagnozzi di Klaus Schwab abbiano già in mano le redini del mondo e che non vi sia alcuno spazio di manovra, poiché tutto è già scritto; abbiamo poi colui che prevede una fine ignominiosa per la combriccola del Wef, sconfitta da un messianico salvatore identificato in un leader straniero, in una corte di giustizia internazionale o direttamente nell’Altissimo. Infine, c’è colui che si limita a fare spallucce, convincendosi che i problemi siano ben altri.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di febbraio 2023

Il sottoscritto ha imparato, col tempo, a non cadere negli eccessi né del catastrofismo né della speranza fine a sé stessa. Analizziamo attentamente i fatti. Quello di Davos è un arrogante sfoggio di potenza, non v’è dubbio. Si tratta di un ritrovo per multimiliardari sedicenti filantropi, capi di Stato pseudoprogressisti e affini, star del verbo globalista, feudatari della Silicon Valley e pennivendoli da guardia. Questa marmaglia dibatte del presente con la tronfia sicurezza di poter dettare all’Occidente, e dunque al mondo, l’agenda del futuro. Parole come «resilienza», «green», «sostenibilità» e «inclusività» vengono ripetute come un’omelia dai vari partecipanti che si alternano sul palco, in un rito autocelebrativo racchiuso nell’assunto: «il progresso siamo noi».

Come combattere le marionette di Davos

Facile lasciarsi andare allo sconforto e credere che davvero costoro abbiano tutto sotto il loro controllo, ma non è così. Che un branco di facoltosi benestanti voglia incontrarsi per discutere del più e del meno, magari in un club esclusivo, non dovrebbe fare notizia. D’altronde, è da secoli che i Paperon de’ Paperoni amano rinchiudersi nelle loro torri d’avorio. Il problema sorge quando, da questi privée, fuoriescono individui che…

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