Roma, 10 giu – Si aggiunge un altro tassello alle polemiche provocate dall’articolo del Corriere della Sera in cui le giornaliste Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini riprendevano un’indagine conoscitiva del Copasir e stilavano un elenco di personalità colpevoli di fare propaganda filorussa. Ecco, con quella lista il Copasir non c’entrava nulla. Almeno è quanto sostiene Franco Gabrielli, sottosegretario di Stato con delega alla Sicurezza.

Cosa ha detto Gabrielli

La lista dei cosiddetti putiniani d’Italia aveva provocato diverse reazioni. Se infatti c’è chi ha visto in ciò il tentativo di mettere a tacere una parte consistente del dibattito pubblico, bollandolo come mera disinformazione, dall’altra c’è chi ha giustificato una tale presa di posizione proprio in nome della sicurezza nazionale, come il richiamo al Copasir lasciava intendere.

L’intervento di Gabrielli, però, allontana un coinvolgimento governativo, tanto da parlare di una perdurante «campagna diffamatoria circa una presunta attività di dossieraggio da parte della comunità di intelligence (in realtà inesistente)». Insomma, dietro quella lista non ci sarebbe alcun intervento dello Stato italiano o dei Servizi segreti. Anzi, Gabrielli ha chiesto al Dis di declassificare il Bollettino sulla disinformazione che sarebbe alla base degli equivoci e avrebbe ispirato il noto articolo sul Corriere della Sera. Concetto ripetuto in una conferenza stampa convocata da Palazzo Chigi, in merito alla questione: «Non esiste un Grande Fratello, una Spectre in Italia: nessuno vuole investigare sulle opinioni delle persone»

Il problema della libertà di parola rimane

Le parole di Gabrielli rappresentano una scomunica importante, ma qualche ombra resta. Il già citato Bollettino non conteneva «alcun elemento proveniente da attività di intelligence», ma esprimeva comunque «un’analisi del fenomeno basata unicamente su fonti aperte».

Anche al di là del merito della questione, rimane il fatto che una fetta importante dei commentatori trovi normale una censura verso chi la pensa diversamente o esprime un pensiero critico. Un «maccartismo d’altro segno», per citare una canzone d’altri tempi, che se non riesce a impedire la libertà di parola, squalifica e delegittima i propri interlocutori.

Un modo di azzerare il dibattito che si sta rafforzando sempre più, tanto che si potrebbe dire che dalla libertà di espressione siamo passati alla mobilitazione dell’opinione, in cui i salotti televisivi e gli opinion leader servono alla ripetizione dell’identico, alla catena di montaggio di posizioni sempre uguali. Sia detto per inciso, rimane uno spazio residuale anche per il dissenso, ma questo il più delle volte diventa solamente una affermazione per negazione.

Michele Iozzino

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