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Roma, 13 feb – Ci siamo, è nato il governo Draghi: alle 19 di ieri il premier incaricato è salito al Quirinale dove, dopo un colloquio con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso del quale ha illustrato i nomi dei ministri prescelti, ha quindi sciolto la riserva e accettato l’incarico. Subito dopo, spazzando via le voci di un possibile allungamento dei tempi nel percorso decisionale e di scelta dei ministri, ha comunicato alla stampa la composizione del governo.



Il giuramento è previsto per oggi, alle ore 12, e successivamente a partire da mercoledì Draghi si presenterà in Parlamento, dove illustrerà le linee programmatiche del suo Governo, chiedendo la fiducia a Camera e Senato.
Sempre nella serata di ieri, il presidente del Consiglio si è intrattenuto con i presidenti di Camera e del Senato e ha poi incontrato Giuseppe Conte. In linea con la comunicazione istituzionale molto parca e laconica tenuta fin qui, Draghi non ha rilasciato dichiarazioni alla stampa, preferendo limitarsi alla lettura della squadra di governo e a un sorriso, accompagnato da un ‘crepi il lupo’ a chi gli ha rivolto l’augurio di buon lavoro.

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I ministri di Draghi: ritorno al passato?

Scorrendo la lista dei 23 ministri, emerge la netta prevalenza maschile di 15 uomini contro 8 donne. Ironia della sorte, tutti i ministri in quota Pd sono uomini: Uno solo il sottosegretario già scelto, quello alla Presidenza del Consiglio, il grand commis di lungo corso e consigliere di Stato Roberto Garofoli.

Poca discontinuità

Nella squadra dei ministri di Draghi è evidente una linea fortemente compromissoria tra politica e tecnica. Se qualcuno pensava infatti a una netta discontinuità col passato è destinato a rimanere chiaramente deluso. Certamente si tratta di un esecutivo misto, che alterna figure tecniche con esponenti dei partiti politici ma il tratto di continuità con il Conte-bis è evidente.

Ed evidente è la delusione grillina, forse il M5S è la compagine politica che esce peggio da questo rimescolamento, visto che il famigerato super-ministero per la transizione ecologica oltre a non essere un super-ministero verrà retto da un tecnico puro, il fisico ed esperto di robotica e intelligenze artificiali Roberto Cingolani, non certo in quota grillina. Altro Ministero fresco di conio, quello della transizione digitale, affidato al manager Vittorio Colao, già responsabile del famoso piano finito nel dimenticatoio e che ora sembra prendersi la sua rivincita contro il precedente esecutivo.

Di nuova istituzione, scorporato dal Ministero dei beni culturali che rimane nelle mani di Franceschini, il ministero del Turismo, affidato al leghista Massimo Garavaglia, e quello per la Disabilità, fortemente caldeggiato da Matteo Salvini e affidato alla leghista Erika Stefani.

I ministri riconfermati da Draghi (tra molti malumori)

Ma sono i nomi di Speranza, Franceschini, Guerini, Lamorgese e Di Maio a suscitare le maggiori perplessità, un segnale di nettissimo compromesso con il passato governo, e proprio nelle materie più delicate e incandescenti. Si pensi in questo senso al ruolo svolto da Speranza in questi mesi, al suo rigorismo andato a discapito del tessuto produttivo, ai suoi consulenti votati al lockdown permanente. Non una ottima premessa.

Le altre riconferme

Ma se Speranza, Franceschini, Guerini, Lamorgese e Di Maio rappresentano i casi più eclatanti, essendo stati tutti riconfermati nei rispettivi dicasteri, le riconferme condite solo da uno spostamento di ministero sono molte di più. Si tratta di Riccardo D’Incà che va ai Rapporti con il Parlamento, Elena Bonetti alle Pari opportunità e alla famiglia (Bonetti, di Italia viva, aveva rassegnato le dimissioni assieme a Teresa Bellanova, la quale invece non è stata riconfermata, causando la crisi del governo Conte bis). Conferma anche per Stefano Patuanelli, che passa dallo Sviluppo economico all’Agricoltura, e di Fabiana Dadone, che va alle Politiche giovanili e che dovrebbe ottenere la delega allo Sport.

La discontinuità e i tecnici

Incarico di peso per il leghista Giancarlo Giorgetti che ottiene il delicato e importante ministero dello Sviluppo economico, che rimane un ente autonomo e non finisce fuso con il Ministero dell’Ambiente come invece avrebbero voluto i grillini. I segni di discontinuità si registrano nei ministeri più delicati in prospettiva europea. Alla giustizia l’ex Presidente della Consulta Marta Cartabia sostituisce Bonafede, mentre al ministero dell’Economia, cruciale per la gestione delle somme del Recovery Fund, va un fedelissimo di Mario Draghi, Daniele Franco, già direttore generale di Banca d’Italia.

Tecnici sono anche il nuovo ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, e quello dell’Università e della ricerca, Cristina Messa, e quello alle Infrastrutture, Enrico Giovannini.

Forza Italia fa la parte del leone

Un partito che sembra aver fatto la parte del leone, rispetto al suo peso specifico parlamentare, è senza dubbio Forza Italia. Vede il ritorno al Governo con Brunetta, Gelmini e Carfagna. Della forza politica scatenante della crisi, Italia Viva, rimane solo con una casella, quella della citata Bonetti. Molto meglio va al Pd che oltre a confermare Franceschini vede Andrea Orlando al lavoro.
Gli equilibri appaiono davvero precari, soprattutto per le riconferme di quei ministri che l’ex opposizione, ormai entrata al governo, aveva accusato in ogni occasione di una pessima gestione della crisi sanitaria e di quella economica.

Cristina Gauri

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