Roma, 28 giu – C’era una volta un comico, saltellante e pungente. C’era una volta un “elevato”, fattosi garante disceso in terra. Poi di colpo le sabbie mobili, e non si risale più. Beppe Grillo ha spento l’antico furore, si è seduto a osservare il tracollo della sua creatura (im)politica e risponde svogliato alle domande della stampa, che un tempo mandava a quel paese. Ciò che resta del M5S resterà al governo? “Certo”, assicura. Per poi sostenere che con il nuovo leader Giuseppe Conte “andiamo perfettamente d’accordo”. Sostegno al premier Draghi e buon rapporto con l’ex primo ministro, sostiene un avvilito Grillo.

A Grillo non resta che Draghi. E una “regola aurea”

Eppure gli scricchiolii sono sempre più lampanti, le voci corrono e si rincorrono nei corridoi dei perplessi grillini. Per Grillo non è accettabile consentire deroghe ai due mandati, in quanto principio fondante del movimento. Secondo l’Adnkronos lo avrebbe pure ribadito durante gli incontri avuti alla Camera con i parlamentari pentastellati. Per poi lanciare frecciate stizzite: “Avete avuto un’occasione incredibile, ci vuole entusiasmo. Se ci credete, non abbandono nessuno. Ma dovete crederci fino in fondo”. Quale sarebbe l’occasione incredibile non è dato sapere, perché oramai il salto nel vuoto dei cinque stelle non vede neppure paracaduti alla portata.

Il declino di Beppe Grillo

Quello di Grillo è un declino nubiloso, una coltre che sta ammantando di grigio i logori panni degli incendiari contestatori che promettevano di abbattere la vecchia politica. L’inossidabile guru ha perso lo smalto di un tempo. Sciorina battute stanche, spaesate, stantie. Ha svanito l’antico brio, non riesce più a rallegrar gli spiriti in tempi di avvilente decadenza. Appare così rassegnato, arrendevole, impietrito di fronte alle lotte intestine di un movimento annichilito e sfilacciato. Sferra fendenti a vuoto, in uno schermistico pas de touche che fa quasi tenerezza. E’ così da un anno almeno, quando l’enfant prodige Dibba mollò la barca destinata a grandi approdi. Affondata dall’interno, a suon di fughe scomposte, senza che la casta infierisse sul serio.

Eugenio Palazzini

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