Roma, 16 nov – ArcelorMittal ha deciso: va via dall’Italia, il 4 dicembre. A poco servono gli incontri e le trattative con il governo e i sindacati. Così l’ad della divisione italiana della multinazionale franco-indiana gela tutti: Lucia Morselli, al ministero dello Sviluppo con il ministro Stefano Patuanelli e i sindacati conferma che il recesso è in corso. “Inutile parlare di esuberi o altro. Prima c’era l’immunità, ora non più e non si può produrre”. Come se non bastasse la Morselli attacca il governo giallofucsia: “Ha preso in giro i più grandi produttori al mondo di acciaio e i Mittal ne hanno preso atto. Il governo ha preso in giro i salvatori della Patria”. E la chiusura finale: “Mittal ha deciso”. Mittal Italia sottolinea la “coerenza” del percorso prima annunciato e così portato avanti per rescindere il contratto e “restituire” l’ex Ilva dal prossimo 4 dicembre. La questione è semplice, almeno per il colosso dell’acciaio: dopo lo stop allo scudo penale portare avanti il il piano di risanamento ambientale per l’acciaieria di Taranto “ora è un crimine”.

Giallofucsia nel caos, sindacati sul piede di guerra

Dal canto loro, i sindacati arrivano a non escludere “un’insubordinazione dei lavoratori” per non spegnere gli altiforni, come dice il leader della Uilm. I sindacati sostengono che ArcelorMittal non può esercitare un diritto di recesso, che il contratto va rispettato, ma che anche il governo deve rispettare i patti alla base di quell’accordo: “Per nulla soddisfatti” di un confronto “non andato bene” i leader della Cgil Maurizio Landini, della Cisl Annamaria Furlan, e della Uil Carmelo Barbagallo, lasciano il ministero chiedendo “l’avvio di un tavolo con la proprietà per trovare soluzioni” ma anche al governo di uscire dall’impasse: deve “ripristinare lo scudo penale per togliere l’alibi ad ArcelorMittal“. E avvertono: “La mobilitazione prosegue, i lavoratori non si renderanno complici dello spegnimento dell’acciaieria“. Il premier Giuseppe Conte si dice convinto: pagheranno i danni. La Procura di Milano, in contemporanea, apre un fascicolo esplorativo e scende in campo a difesa degli interessi pubblici anche nel giudizio civile (che dovrà decidere sul ricorso di ArcelorMittal per il recesso e sul controricorso presentato dagli amministratori straordinari dell’ex Ilva). “Ben venga anche l’iniziativa della Procura”, commenta Conte, che rincara la dose: “Il governo non lascerà che si possa deliberatamente perseguire lo spegnimento degli altiforni“. “Arcelor Mittal si sta assumendo una grandissima responsabilità” – spiega il premier – lasciare l’ex Ilva “prefigura una chiara violazione degli impegni contrattuali e un grave danno all’economia nazionale. Di questo ne risponderà in sede giudiziaria“, anche in termini di “risarcimento danni”, avverte Conte.

La versione di Mittal: “Levando l’immunità non rispettato contratto”

La versione di ArcelorMittal è diversa. Levando l’immunità “non sono stati rispettati i termini del contratto” – dice la Morselli – come è anche per le prescrizioni della magistratura sull’altoforno Afo2: “Non era stato fatto niente” di quanto detto al momento dell’accordo. Insomma, se al momento del contratto erano state create le condizioni per una missione impossibile, da “bacchetta magica”, oggi per l’azienda quelle condizioni non esistono più. Lasciando il tavolo il ministro 5 Stelle Patuanelli sottolinea come la Morselli abbia puntato tutto sul nodo dell’immunità penale, nodo su cui i giallofucsia sono spaccati, mettendo volutamente in secondo piano la possibilità di frenare la produzione e gestire gli esuberi, su cui “fin da settembre c’era una disponibilità del governo” ad accompagnare un percorso.

Renzi contro Di Maio

La polemica all’interno della maggioranza resta alta. “Non c’entra nulla lo scudo, c’entra il fatto che qui qualcuno vuole fare il furbo“, dice il capo politico del M5S, Luigi Di Maio. Per Matteo Renzi, invece, l’ex Ilva va tenuta aperta “a ogni costo”. Ecco perché garantisce il sostegno di Italia Viva alle iniziative del governo per non far spegnere gli altiforni: “Sarebbe un disastro per Taranto, una follia”. Dal Pd il ministro Francesco Boccia dice che “la proprietà non deve assolutamente permettersi di spegnere la fabbrica. Non ne ha il diritto”. Anche perché ci vorrebbero sei mesi per ripartire. E da Forza Italia Anna Maria Bernini replica al premier: “E’ un cortocircuito politico-giudiziario. Questo governo si sta dimostrando drammaticamente incapace“.”Non permetteremo lo stop degli impianti”, ha detto il ministro Pd al Sud, Peppe Provenzano. “Lo Stato non permetterà che l’azienda fermi tutto col rischio di compromettere gli impianti. Mittal torni al tavolo, per salvare produzione, lavoro e ambiente”, ha affermato il ministro.

In sostanza, i giallofucsia non possono venire a capo della vertenza con il colosso franco-indiano, perché non hanno una volontà comune né sul ripristino dello scudo penale né sulla nazionalizzazione, che sarebbe l’unica cosa sensata (i lavoratori vanno protetti a qualunque costo, così come il nostro acciaio) e darebbe un chiaro messaggio alle aziende straniere che vogliono speculare sugli asset strategici della Nazione.

Adolfo Spezzaferro

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