Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 16 nov – Leggere la storia di soldati che, di fronte ad una fine imminente, utilizzano il loro ultimo respiro per incitare le truppe a non abbandonare il combattimento, di certo, ispira in chiunque un senso di fierezza. Un sentimento che nasce proprio dal fatto che, loro erano uomini esattamente come noi che hanno fatto della loro vita qualcosa di straordinario. Anche Gabriele Pepe ha fatto lo stesso.

Sul campo di battaglia sin da giovane

La carriera militare di Gabriele Pepe iniziò molto presto. Nel giugno del 1918, infatti, quando il giovane di Civitacampomarano aveva solo ventidue anni, partecipò alla Battaglia del Solstizio. La sua preparazione militare venne subito messa in risalto e ottenne la sua prima medaglia d’argento dopo la battaglia del Montello. La sua prova di forza venne riconosciuta all’unanimità e, una volta ripresi gli studi dopo la fine delle ostilità, Pepe ottenne la promozione a capitano oltre che il conseguimento della laurea in giurisprudenza.

Tra il 1922 ed il 1928, prestò servizio presso il Corpo Automobilistico dell’Esercito e venne dislocato in Africa Orientale. Verso l’inizio degli anni ’30 operò anche in Cirenaica.

La morte in battaglia

Nel 1933, Gabriele Pepe ritornò in Africa dopo un breve periodo trascorso in congedo in Italia. Partecipò, in particolare, ai combattimenti in Etiopia per evitare che le rivolte dei ribelli locali si disperdessero in tutto il Corno d’Africa. Ottenne altri riconoscimenti oltre che, tra l’altro, l’aver condotto un’offensiva contro le guardie del Negus d’Etiopia.

Il suo ultimo ritorno in patria lo fece alla fine degli anni ’30. Allo scoppio delle ostilità il soldato molisano, infatti, farà ritorno ancora in Africa. Non tornerà mai più a casa. Nei pressi di Ghemira, infatti, il 9 maggio 1941 venne ferito in modo irreparabile al volto. La sua faccia era sfigurata ma il soldato era ancora vivo e cosciente. Pepe non poteva parlare ma scrisse, comunque, un discorso per motivare le sue truppe, ancora una volta. L’ultima.

Venne concessa la medaglia d’oro al valor militare per ricordare l’esempio ed il valore di Gabriele Pepe: “Tenente Colonnello in servizio permanente effettivo Fanteria, CXC Battaglione Coloniale. Già distintosi in ogni circostanza per indomito coraggio personale, trovandosi da poche settimane in licenza in Patria, dopo ininterrotti cinque anni di colonia, chiedeva alla scoppio dell’attuale guerra ed otteneva di ritornare in aereo nell’Impero, per riprendere il suo posto di combattimento. Con l’esempio e con le sue superbe qualità animatrici, imprimeva, in breve tempo, ad un battaglione di nuova formazione, il suo stesso ardire e la sua stessa passione. In aspro combattimento, attaccato da forze superiori, conduceva, dopo cinque ore di lotta, ancora una volta i suoi uomini al contrattacco ed in tale eroica azione veniva colpito al volto. Con i gesti e con la voce gorgogliante per il sangue irrompente, riusciva ancora una volta a spronare i suoi dipendenti ed a rompere il cerchio che li rinserrava. Dissanguato dalla ferita e non potendo parlare, scriveva le seguenti ultime parole di incitamento e d’italica fede: “forza mio 190º vendicatemi, vinceremo intrepidi figli d’ltalia, mio grande amore…”. Concludeva così da eroe la sua nobile vita da soldato dedicata sempre al dovere, rendendo ancor più sacra col suo sangue la terra dell’Impero”.

Tommaso Lunardi

Commenta