Roma, 9 ago – Come si dice a Roma Matteo Salvini se l’è “acchittata”. Il ministro dell’Interno aveva preparato la crisi di governo almeno da qualche settimana. Ai meno distratti non deve essere sfuggito qualche indizio. A cominciare dalle vacanze. Nonostante la chiusura del Senato fosse prevista dal 7 agosto al 4 settembre, Salvini ha preferito godersi una decina di giorni a Milano Marittima insieme ai figli tra la fine di luglio e i primi di agosto. In Riviera romagnola il ministro ha anche spostato parte delle attività del Viminale e, oltre a fare il dj a tempo perso, ha anche organizzato un paio di conferenze stampa. E ad agosto? Niente vacanze, ma comizi a raffica per “l’estate italiana tour”, sostanzialmente una campagna elettorale agostana. Anche la comunicazione social di Salvini da qualche settimana ha assunto connotati elettorali, con toni propagandistici e grafiche “Prima l’Italia”, “Prima gli italiani”, “l’Italia dei sì contro l’Italia dei no” ovunque.

Le mozioni sulla Tav il casus belli

E così ecco che negli ultimi giorni di attività del Senato, Salvini prima ha sfruttato per l’ultima volta l’alleato con l’approvazione del decreto Sicurezza bis, contemporaneamente ha iniziato ad alzare i toni scientificamente contro i 5 Stelle – in particolare contro Toninelli ministro di competenza della Tav – e poi all’ultimo giorno utile, quando sapeva che l’isolamento dei 5 Stelle sarebbe stato più netto e visibile sulle mozioni alla Tav, ha sfruttato il casus belli e aperto la crisi di governo. Anche qui in un crescendo di toni, smentendo col passare delle ore le ipotesi di rimpasti e arrivando ad annunciare la sua candidatura a premier e intimando ai parlamentari di “alzare il culo”, rientrare dalle ferie e presentarsi in Parlamento per sfiduciare il governo.

Salvini e un azzardo “dovuto”

Salvini sa bene di aver raggiunto forse la soglia massima di consenso personale. Il 40% su un singolo leader e il suo partito è un dato strutturale difficilmente superabile, ne sanno qualcosa Berlusconi e Renzi. E proprio per non fare la fine del toscano (che si è fatto cucinare a fuoco lento da Gentiloni e Mattarella condannandosi piano piano ad una semi irrilevanza), il segretario della Lega vuole le urne. E le vuole subito, in autunno. Le camere vanno sciolte prima del 9 settembre, giorno del voto finale sul taglio dei parlamentari che ridarebbe ossigeno al Movimento 5 Stelle. Tra le motivazioni che hanno spinto Salvini a staccare la spina l’ultimo giorno utile prima della pausa estiva, c’è anche quella dell'”effetto sorpresa” capace di rendere più difficile il compito a Conte e Mattarella alla ricerca di improbabili maggioranze con i parlamentari sotto l’ombrellone.

Così si supera l’ostacolo manovra

Uno degli ostacoli che si potrebbero frapporre tra Salvini e il voto in autunno è quello dell’approvazione della legge di bilancio. In questo caso si potrebbe chiedere alla Ue una proroga sulla nota di aggiornamento al Def (che va fatta entro fine settembre) e sulla presentazione del documento programmatico di bilancio, di fatto l’ossatura della manovra, che va presentato a Bruxelles entro il 15 ottobre. L’unica “vera” scadenza è quella del 31 dicembre, data entro la quale deve essere approvata la manovra vera e propria. Con un voto a fine ottobre/inizio novembre il neo governo, se sostenuto da una forte maggioranza, avrebbe tutto il tempo di approvare la manovra entro la fine dell’anno.

Ma quali sono gli scenari in campo?

Voto in autunno

E’ lo scenario al momento più probabile, nonostante il Quirinale, i parlamentari che perderanno la poltrona e i mercati finanziari faranno di tutto per evitare il ritorno degli italiani alle urne. Con la parlamentarizzazione della crisi voluta da Giuseppe Conte, la strategia di Salvini prevede la convocazione dell’aula (precisamente il Senato) il prima possibile. L’ipotesi più accreditata è un rientro dei parlamentari dopo ferragosto, per arrivare ad un possibile scioglimento della camere per fine mese, intorno al 25-26 agosto.

Dallo scioglimento delle Camere devono passare almeno 60 giorni alla data del voto (per l’indizione dei comizi elettorali e il voto degli italiani all’estero). Una data possibile per il voto potrebbe dunque essere il 27 ottobre. Se invece le camere venissero sciolte il 2-3 settembre si potrebbe votare il 3 novembre, che al momento sembra essere l’ultima data utile per il voto in autunno a causa dell’avvicinarsi dell’inverno ma soprattutto dell’impossibilità dei tempi tecnici per la presentazione della manovra entro fine anno. Le altre date di ottobre sarebbero il 13 e il 20 ottobre, ma qui lo scioglimento delle camere dovrebbe avvenire a ridosso di ferragosto e sembra piuttosto difficile.

Voto in primavera

E’ possibile che Conte e Mattarella, insieme alle pressioni dei mercati e della Ue, riescano a fare melina e far slittare il voto alla primavera 2020. In questo modo l’esecutivo gialloverde dovrebbe approvare la manovra. Con l’attuale scenario politico sembra però piuttosto difficile che Lega e 5 Stelle trovino un accordo per presentare e votare una legge di bilancio.

Rimpasto

Nelle ore successive al voto sulle mozioni alla Tav sembrava l’ipotesi più plausibile, con Salvini pronto a chiedere lo scalpo di Toninelli, Trenta e Tria. Adesso l’ipotesi sembra alquanto improbabile, dopo che Salvini ha annunciato la mozione di sfiducia a Conte e la volontà di candidarsi premier. Difficile che il ministro dell’Interno adesso faccia un passo indietro, giustificando i suoi annunci roboanti con il solo scopo di ottenere qualche poltrona in più.

Conte bis e/o governo tecnico 

L’ipotesi di una maggioranza alternativa a quella dell’esecutivo gialloverde ha molti sostenitori. I primis il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che farebbe di tutto per prolungare la sua esperienza di governo. In secondo luogo il Quirinale, allergico per natura alle elezioni e che vorrebbe impedire a tutti i costi che, alla scadenza del settennato di Sergio Mattarella (a inizio 2022), sia una maggioranza parlamentare “sovranista”, guidata magari da Salvini e dalla Meloni, ad eleggere il nuovo inquilino del Colle. Ci sono poi i parlamentari del Movimento 5 Stelle: quasi tutti non saranno rieletti a causa del calo di consensi M5S e alla regola dei due mandati. Difficile però ipotizzare che i vertici del Movimento decidano di sostenere un esecutivo tecnico o un inciucio con il Pd, rischiando sostanzialmente di scomparire politicamente nel giro di un anno.

C’è poi una buona truppa di parlamentari di Forza Italia che sosterrebbero un esecutivo tecnico (non i totiani però), mentre anche dalle parti del Pd non tutti sono entusiasti dell’ipotesi di ritorno al voto. Non i renziani sicuramente, in minoranza nel partito. Molto più favorevole alle urne Nicola Zingaretti, che in questo modo potrebbe far eleggere deputati e senatori a lui fedeli (al momento la maggior parte furono messi in lista da Renzi) e andare a raccogliere quei 4-5 punti in più che il Pd sembra aver recuperato negli ultimi mesi. Ad ogni modo per i dem l’appoggio ad un governo tecnico (magari ad un Cottarelli della situazione), sul piano politico assomiglierebbe ad un suicidio. Anche per questo l’ipotesi di un esecutivo tecnico e di un “trappolone alla Napolitano” per Salvini sembra piuttosto lontana.

Davide Di Stefano

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