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Roma, 14 ott – Enrico Letta, dì qualcosa di sinistra! Niente da fare. Mentre portuali, camionisti e financo i lavoratori dell’aeronautica militare protestano contro il green pass, il leader del Pd è completamente appiattito sulle posizioni di Confindustria: per lui chi non ha il green pass e vuole i tamponi gratis è come un evasore fiscale.



Letta: “Tamponi gratis? Ne ho parlato coi sindacati, cogli industriali …”

“I tamponi gratis per chi non vuole vaccinarsi? Mi ricorda i condoni per chi non paga le tasse. E i fessi saremmo poi sempre noi”: questo scrive su Twitter il segretario del Partito democratico Enrico Letta. Che lo ribadisce anche in un intervento a Radio Immagina: “Il tampone gratuito è come il condono per gli evasori fiscali”, dice. “Ne ho parlato anche coi sindacati, con gli industriali” dice Letta, intervistato da Cristiano Bucchi a Radio Immagina “è evidente che è un momento delicato. Domani scatta questa data del 15 di ottobre, questa estensione del green pass … ma io vorrei far riflettere tutti su una cosa” insiste il segretario Pd.

“Se l’economia riparte è grazie al vaccino”

“Se la ripartenza è stata così positiva, se le cose funzionano, questo è dovuto al successo dei vaccini, non al fatto che ci sono tamponi gratuiti per 60 milioni di italiani” dice Letta, appellandosi, a suo dire, a quella “minoranza che continua a non volersi vaccinare”. “Le cose funzionano perché ci sono la maggioranza degli italiani che si sono vaccinati”, dice il dem. “Non è il comportamento irresponsabile di una minoranza che può diventare la media con la quale ci organizziamo nella vita del Paese”, ribadisce.

“Premiamo chi segue le regole”

“Grazie ai vaccinati si sta riprendendo l’economia, e gli irresponsabili che non si sono vaccinati non possono dettare le regole per andare avanti. Aggiungo” continua “il tampone gratuito è come i condoni per chi non paga le tasse. Deve essere premiato chi è fedele, e chi è fedele al fisco, ed è giusto che venga premiato chi ha seguito la regola sul vaccinarsi”. Parole che mettono i brividi soprattutto perché, ricordiamo a Letta, l’obbligo vaccinale non esiste, mentre il diritto al lavoro (ancora) si.

Ilaria Paoletti



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8 Commenti

  1. Greenpass: tamponi e test salivari sono a carico dei datori di lavoro.

    Con l’ultimo DL 127, varato dal CdM il 17 e firmato dal Presidente Mattarella il 21 settembre, attualmente in corso di esame alla 1^ Commissione permanente Affari Costituzionali, il Governo Draghi ha voluto precisare più volte nel testo che “l’impiego delle certificazioni verdi COVID-19”, nel privato e nel pubblico, “non determina nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.

    Le attuali norme vigenti dicono tutt’altro: “Le misure relative alla sicurezza, all’igiene ed alla salute durante il lavoro non devono in nessun caso comportare oneri finanziari per i lavoratori”.

    E l’art. 32 del Decreto Sostegni bis accomuna tali dispositivi ai DPI, noti per essere da sempre stati a carico dei datore di lavoro.

    Da quando il SarS-CoV-2 è stato inserito di prepotenza nei rischi biologici regolati dalla normativa europea che, appunto, riguarda i rischi per la salute sul posto di lavoro.

    Con la Direttiva (UE) 2020/739 del 3 giugno 2020 la voce “Sindrome respiratoria acuta grave da Coronavirus 2 (SARS-CoV-2)” viene di fatto inserita nell’allegato III della Direttiva 2000/54/CE (direttiva agenti biologici relativi ai virus tra cui la famiglia “Coronaviridae”) e prende spazio tra “Sindrome respiratoria acuta grave da Coronavirus (virus SARS)” e “Sindrome respiratoria medio-orientale da Coronavirus (virus MERS).

    Il tutto entra in vigore dall’8 ottobre 2020, dopo l’emanazione del DL n. 125 del 7 ottobre “Misure urgenti connesse con la scadenza della dichiarazione di emergenza epidemiologica da Covid-19”, deliberata il 31 gennaio 2020, nonchè per attuazione anche della Direttiva sopra citata.
    Una normativa che va a regolare l’ambito del lavoro e la relativa sicurezza.

    Tampone o test salivare, parliamo di un trattamento sanitario imposto, pena l’impossibilità di recarsi sul posto di lavoro, che sia una fabbrica, un cantiere piuttosto che un ufficio dove occupare una scrivania.
    Nulla di diverso da quello che potrebbe essere l’adozione di un dispositivo di sicurezza individuale, che va dallo scarpone di antinfortunistica, al casco di protezione su un cantiere, tutti mezzi mirati al contenimento dei rischi alla salute nell’ambiente in cui si lavora.
    E chi sostiene gli oneri per questi dispositivi? Il datore di lavoro che poi li detrae dai costi di bilancio della propria azienda!

    Il D.Lgs. 81/2008, pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 101 del 30 aprile 2008 1: a pagina 15 del documento, all’art. 15 “Misure generali di tutela”, al comma 2 recita che “Le misure relative alla sicurezza, all’igiene ed alla salute durante il lavoro non devono in nessun caso comportare oneri finanziari per i lavoratori”.

    Questo DL è stato portato fino ai giorni nostri attraverso diverse variazioni che nella sostanza non hanno però modificato l’ambito della sicurezza, come si apprende anche dal Testo Unico sulla salute e la sicurezza sul lavoro, pubblicato sul sito del Ministero 2.

    I tamponi e test salivari sono considerati come i dispositivi di sicurezza individuale.
    L’art. 74 del Testo Unico in materia di sicurezza sul lavoro afferma che “Ai fini del presente decreto si intende per dispositivo di protezione individuale, di seguito denominato DPI, qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo. Si tiene conto, inoltre, delle finalità nel campo di applicazione e delle definizioni di cui agli articoli 1, 2 e 3, paragrafo 1, numero 1 del Regolamento (UE) n. 2016/425”.
    Nello stesso testo, l’art. 18 al comma 1 lettera D afferma che è dovere del datore di lavoro fornire ai lavoratori i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale, sentito il responsabile del servizio di prevenzione e protezione e il medico competente, ove presente.
    Da qui che il DPI è a carico del datore di lavoro che lo deve fornire al lavoratore.

    Anche l’Agenzia delle Entrate più volte, attraverso il proprio sito, ha fornito pareri ai tanti quesiti dei contribuenti che, in materia COVID-19, sono stati molti.

    In uno di questi, il parere dell’agenzia delle entrate (Risposta 507), rispondendo ad un quesito relativo all’esenzione IVA per cessioni di abbigliamento protettivo per finalità sanitarie, compone un lungo elenco di dispositivi, e tra questi, troviamo proprio la “strumentazione per diagnostica per COVID-19, tamponi per analisi cliniche, provette sterili…..”.

    Ci sono anche dei precedenti che riguardano l’Emilia Romagna e che hanno consentito ai lavoratori di avere tamponi gratis, se ne parlava a metà agosto e venne previsto da un accordo tra Regione e datori firmatari del “Patto per il lavoro”.
    Uno strumento quindi per la ricerca del virus in ambito lavorativo che qualcuno ha sottolineato essere un “successo”.
    Il patto ha previsto che a carico dell’imprenditoria restano solamente i costi di esecuzione dei tamponi e saranno effettuati sui dipendenti che lo vorranno nelle strutture private.
    Una situazione certamente particolare, che prevede pur sempre tamponi gratuiti per i lavoratori.

    I tamponi e test salivari sono da considerarsi dispositivi medici, come indicato con il Decreto Sostegni bis, in particolare l’art. 32.
    Tale decreto si preoccupa di normare quello che è il credito d’imposta (in misura del 30%) delle spese sostenute nei mesi di giugno, luglio e agosto 2021 per:

    sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati
    acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti, comprese le spese per la somministrazione di tamponi per COVID-19
    Fino a prova contraria, a buona interpretazione delle norme, le spese di somministrazione di tamponi e, per recente acquisizione, i test salivari molecolari, a questo punto non sono a carico di un dipendente.

    La normativa che regola il greenpass non può prevedere uno sbilanciamento legislativo: se per ottenere tale documento, in sicurezza, sono previste più opzioni, queste devono essere tutte allo stesso modo agevolate, in piena libertà.
    Il recente rapporto adottato dal Consiglio d’Europa “Vaccini COVID-19: questioni etiche, legali e pratiche”, esorta gli Stati membri e l’Unione Europea a garantire che i cittadini siano informati del fatto che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno può subire discriminazioni in base alla discrezionale scelta di non vaccinarsi.

    Il Regolamento (UE) 2021/953 del 14 giugno scorso, relativo all’introduzione del certificato COVID digitale, esclude l’obbligo vaccinale stabilendo anzi il principio di non discriminazione di coloro che non sono vaccinati, arrivando a specificare anche che il possesso di un certificato di vaccinazione non deve costituire una condizione preliminare per l’esercizio del diritto di libera circolazione.

    Fonti:
    Gazzetta Ufficiale n. 101 del 30 aprile 2008
    TESTO UNICO SULLA SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO – D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81 Testo coordinato con il D.Lgs. 3 agosto 2009, n. 106

  2. Se ne può dedurre che il vaccino viene considerato un DPI (attivo, non passivo!), privilegiato perché paga lo Stato (comunque sempre noi!), e poiché è un DPI attivo è pericoloso nell’ uso… percui opzionale! Andiamo bene.
    Grazie per il “rinfresco” normativo e buon lavoro.

  3. A Letta: è premiato chi è fedele al fisco mostrandogli solo (!) il massacro di molti ingenui e poveracci, montati dalla vs. subcultura? E il rilancio della economia è dato dal vaccini che ci ha resi tutti sani, pronti ed arruolabili?
    Vai a nasconderti dietro l’ opera di diluizione delle compromettenti carte bancarie senesi sperando che non salti fuori tutto, altrimenti salti anche tu!

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