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Roma, 23 set – La più grande sconfitta nella storia del Movimento, così come l’ha definita ieri Alessandro Di Battista, non rappresenta soltanto il tracollo (forse) definitivo di una meteora che appena due anni fa vestiva i panni di primo partito italiano. Se osserviamo attentamente le misere percentuali centrate nelle varie regioni, il M5S – così come lo abbiamo conosciuto sinora – è destinato a scomparire dall’agone politico. Anzi, a dirla tutta, nella prossima legislatura non ve ne sarebbe più traccia. Adesso allora in casa pentastellata ci si spertica per trovare una soluzione, leggasi evitare la morte precoce.

Scissione o scomparsa?

C’è chi, come Fico e Di Battista (seppur con diverse modalità), invoca gli stati generali. Altri invece, come Barbara Lezzi, chiedono soprattutto una leadership forte, per quanto sarebbe già oro se rinvenissero un capo politico degno di questo nome. A prevalere nelle ultime ore sembra però essere chi avanza un’ipotesi ben più drastica e scioccante: la scissione. In un’intervista rilasciata oggi al Corriere della Sera, l’ex ministro Lezzi, l’ha scongiurata prospettando uno scenario ancora più drammatico: “Il M5S non rischia la scissione, rischia di scomparire”. Sta di fatto comunque che nessuno, tra i grillini, esclude categoricamente l’eventualità di una scissione.

Lo spauracchio è anzi sempre più evidente e quindi i grillini provano ad abbatterlo goffamente. “No a guerre per bande, sì a leadership collegiali. Io ci sto”, prova a spronare Fico. “I risultati insoddisfacenti devono essere un ulteriore elemento per portarci a una riorganizzazione“, dice il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.
Ma anche il Fatto Quotidiano, di solito piuttosto gentile (eufemismo altrettanto gentile) con i pentastellati, parla chiaramente di un M5S “tramortito”, con molti esponenti che non esitano a descrivere il crollo elettorale come una “debacle totale”.

La fronda Di Battista

Ora quindi si fa sempre più strada la possibilità di uno strappo, con Di Battista che potrebbe guidare la fronda dei ribelli. Proprio a lui, sempre come sottolineato dal ben informato Fatto, chiede aiuto chi teme un cambiamento gattopardiano. Che insomma tutto cambi per rimanere com’è, con la leadership nelle mani dei soliti noti. “La gente non li sopporta, è l’effetto Renzi”, dice qualcuno, “sono scollati dalla realtà”. Il punto vero è che Dibba non sembra avere la necessaria forza per rompere e creare da zero un nuovo contenitore. Per una scissione servono politici in grado di farla, con tutti i rischi del caso. Un Renzi della situazione, appunto. In ogni caso l’unico candidato papabile, al momento, sembra essere proprio Di Battista. L’alternativa è appunto la prosecuzione di un percorso già tracciato e fallimentare, tra alleanze con il Pd e leadership collegiali. E questo vorrebbe dire soltanto una cosa: una lenta agonia, prima della fine.

Eugenio Palazzini

 

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