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Città del Vaticano, 24 giu – “Nessuna richiesta di bloccare il ddl Zan né indebite pressioni sul Parlamento, ma il testo preoccupa“: a precisarlo è il segretario di Stato del Vaticano, cardinale Pietro Parolin. “Non è stata un’ingerenza – chiarisce Parolin -. Lo Stato italiano è laico, non è uno Stato confessionale, come ha ribadito il presidente del Consiglio. Concordo pienamente con il presidente Draghi sulla laicità dello Stato e sulla sovranità del Parlamento italiano“, sottolinea l’equivalente del premier della Santa Sede.



Parolin: “Nessuna richiesta di fermare il ddl Zan ma segnalazione di alcune preoccupazioni”

Sul ddl Zan, da parte del Vaticano “nessuna richiesta di fermare la legge contro l’omotransfobia né indebite pressioni sul lavoro del Parlamento italiano. Ma la segnalazione di alcune preoccupazioni riguardanti l’interpretazione di alcuni passaggi del ddl Zan“. A spiegarlo è il cardinale Parolin, in una intervista al direttore editoriale di Vatican News Andrea Tornielli. Il segretario di Stato ribadisce che non v’è stata alcuna ingerenza. “Per questo si è scelto lo strumento della Nota Verbale (qui il testo integrale), che è il mezzo proprio del dialogo nelle relazioni internazionali. Al tempo stesso ho apprezzato il richiamo fatto dal presidente del Consiglio al rispetto dei principi costituzionali e agli impegni internazionali. In questo ambito vige un principio fondamentale, quello per cui pacta sunt servanda“. I patti devono essere osservati – in tal caso il Concordato – così come ha chiarito lo stesso Draghi ieri al Senato.

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“Concordato non può essere dimenticato nel dibattito sulla legge”

“Con la Nota Verbale – chiarisce monsignor Parolin – ci siamo limitati a richiamare il testo delle disposizioni principali dell’Accordo con lo Stato italiano, che potrebbero essere intaccate. Lo abbiamo fatto in un rapporto di leale collaborazione e oserei dire di amicizia che ha caratterizzato e caratterizza le nostre relazioni. Faccio anche notare che fino ad ora il tema concordatario non era stato considerato in modo esplicito nel dibattito sulla legge. La Nota Verbale ha voluto richiamare l’attenzione su questo punto, che non può essere dimenticato“, sottolinea il porporato.

“Libertà di opinione non riguarda soltanto i cattolici ma tutti”

“Come è stato anche fatto presente da qualcuno dei commentatori, il tema della libertà di opinione non riguarda soltanto i cattolici, ma tutte le persone, toccando quello che il Concilio Vaticano II definisce come il ‘sacrario’ della coscienza”. Il segretario di Stato del Vaticano ribadisce ancora una volta che “non è stato in alcun modo chiesto di bloccare la legge. Siamo contro qualsiasi atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone a motivo del loro orientamento sessuale, come pure della loro appartenenza etnica o del loro credo“.

“Preoccupa il concetto di discriminazione: è troppo vago”

Spiega Parolin: “La nostra preoccupazione riguarda i problemi interpretativi che potrebbero derivare nel caso fosse adottato un testo con contenuti vaghi e incerti, che finirebbe per spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è. Senza però dare al giudice i parametri necessari per distinguere. Il concetto di discriminazione resta di contenuto troppo vago“. E’ questo il punto, dunque. E non è che in merito la Santa Sede sia la prima a notare che la legge è scritta male.

“Deve essere ben determinato ciò che è consentito e ciò che è vietato”

“In assenza di una specificazione adeguata corre il rischio di mettere insieme le condotte più diverse e rendere pertanto punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna, con delle conseguenze che possono rivelarsi paradossali e che a nostro avviso vanno evitate, finché si è in tempo. L’esigenza di definizione è particolarmente importante perché la normativa si muove in un ambito di rilevanza penale dove, com’è noto, deve essere ben determinato ciò che è consentito e ciò che è vietato fare“. Un rilievo assolutamente condivisibile anche dal Parlamento sovrano del nostro Stato laico. Altrimenti il rischio è che la legge diventi un bavaglio contro la libertà di pensiero ed espressione.

“L’intervento” del Vaticano, riconosce Parolin, “è stato sì ‘preventivo’, ma proprio per fare presenti i problemi prima che sia troppo tardi. Il disegno di legge è stato già approvato, peraltro, da un ramo del Parlamento. Un intervento solo successivo, una volta cioè che la legge fosse stata adottata, sarebbe stato tardivo. Alla Santa Sede si sarebbe potuto imputare un colpevole silenzio, soprattutto quando la materia riguarda aspetti che sono oggetto di un accordo”.

“La nota non doveva essere pubblicata”

Il cardinale mette poi in luce un aspetto controverso della vicenda. “Avevo approvato la Nota Verbale trasmessa all’ambasciatore italiano e certamente avevo pensato che potevano esserci reazioni”, sottolinea il segretario di Stato. “Si trattava, però, di un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica. Un testo scritto e pensato per comunicare alcune preoccupazioni e non certo per essere pubblicato“. Ma qualcuno evidentemente l’ha fatto arrivare al Corriere della Sera, che ha potuto così fare l’importante scoop.

“Anche da Cei fatte presenti obiezioni a ddl”

Poi Parolin fa un chiarimento molto importante circa i rumors sul fatto che la nota non fosse condivisa da tutta la Santa Sede. “La Conferenza episcopale italiana ha fatto tutto il possibile per far presenti le obiezioni al disegno di legge“, fa presente il cardinale. “Ci sono state due dichiarazioni in proposito e il quotidiano dei cattolici italiani, Avvenire, ha seguito con molta attenzione il dibattito. Anche la Cei – sottolinea il porporato -, con la quale c’è piena continuità di vedute e di azione, non ha chiesto di bloccare la legge, ma ha suggerito delle modifiche. Così anche la Nota Verbale, si conclude con la richiesta di una diversa ‘modulazione’ del testo. Discutere è sempre lecito”. In conclusione, tutti importanti i chiarimenti da parte di Parolin, dunque, sulla posizione della Santa Sede in merito al ddl Zan e al fatto che va cambiato.

Adolfo Spezzaferro

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