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Roma, 8 mag – Niente riapertura anticipata: il governo respinge la richiesta delle Regioni. Come aveva già anticipato il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia alla vigilia del vertice Stato-governatori di ieri, secondo gli esperti i negozi non possono riaprire l’11 maggio: i rischi di contagio sono ancora troppo alti. In un documento, sottoscritto all’unanimità, i governatori hanno chiesto di “riaprire il commercio al dettaglio e dal 17 – quando scadrà il Dpcm firmato il 26 aprile scorso – di attribuire totalmente alle Regioni la responsabilità di elaborare un calendario completo di riaperture“. Ma il dem Boccia ha rispedito al mittente la richiesta. L’11 maggio verranno esaminati i dati dal ministero della Salute e, solo in base a quelli – ha ribadito il ministro -, saranno possibili eventuali differenze regionali nelle riaperture, anche in base alle linee guida dell’Inail sul livello di contagio sul posto di lavoro. Quindi per il governo giallofucsia resta tutto come già stabilito, con una piccola concessione: alcune attività potranno ripartire dal 18 maggio invece che dal 1 giugno. Inutile dire che l’Anci, l’Associazione nazionale comuni italiani, presieduta dal sindaco Pd di Bari Antonio Decaro è d’accordo con Boccia nel rispettare le date fissate dal governo centrale.

Le richieste delle Regioni

A ben vedere, le richieste delle Regioni sono legittime: nel Dpcm – si fa presente nel documento presentato ieri – manca “un cronoprogramma relativo alle numerose attività ancora sospese o chiuse“. Insomma, come al solito dal governo centrale non arriva una comunicazione netta, univoca su questioni che invece andrebbero chiarite al massimo, data la situazione. Una sospensione prolungata delle attività “dimenticate” dal decreto “mette fortemente a rischio la sopravvivenza di migliaia di attività economiche, determinanti per la tenuta del tessuto sociale del Paese”, fanno presente i governatori. Tutto questo nonostante l’epidemia di coronavirus sia “in costante diminuzione in tutto il territorio nazionale”. Si potrebbe ripartire senza scontentare gli esperti sui rischi di contagio, quindi, visto che sono stati “già sottoscritti i protocolli per l’individuazione delle misure di sicurezza con le parti sociali a tutela dei lavoratori”, sottolineano i presidenti di Regione. Ma neanche questa precisazione ha convinto Boccia, che ha obiettato che il Comitato tecnico scientifico sta ancora lavorando proprio alle regole per bar, ristoranti, negozi. E finché gli esperti (i veri decisori) non danno l’ok, resta tutto chiuso. Durante la videoconferenza con i governatori il ministro ha quindi ribadito la linea detta da Conte (al quale l’hanno dettata gli esperti): “scelte differenziate” tra le Regioni solo a partire dal 18 maggio, sulla base del principio secondo cui “contagi giù uguale più aperture e viceversa”.

I governatori spingono per una vera fase 2

Da giorni i governatori chiedono di anticipare l’avvio di una vera fase 2. Il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti ha fatto presente che “ci sono tante attività che stanno soffrendo moltissimo e poi, e soprattutto, i cittadini italiani hanno dimostrato di comportarsi con grande responsabilità. Se dall’epoca dei divieti bisogna passare all’epoca delle regole, dei buoni comportamenti in giro, credo che sia giunto il momento di farlo”. Sulla stessa linea il governatore del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga: “Chiediamo che le linee guida per la riapertura del commercio al dettaglio siano pronte entro domenica per poter riaprire da lunedì. Viceversa temo che ci sia un forte rischio per la tenuta sociale“. E se il governatore toscano Enrico Rossi chiede di riaprire almeno i “negozi di vicinato”, spesso unico esercizio commerciale presente nei piccoli centri abitati, come ha fatto presente la governatrice umbra Donatella Tesei, il rifiuto di riaprire i negozi è ingiustificabile. “Non comprendiamo il diniego alla nostra richiesta trincerandosi dietro la mancanza di protocolli di sicurezza Inail ancora da perfezionare. Questo può essere comprensibile per altri comparti, ma nel caso del commercio al dettaglio basterebbe adeguarsi alle misure adottate per le attività già aperte”, sottolinea la Tesei.

Insomma, la politica non c’entra – la richiesta di riapertura anticipata arriva anche da governatori di centrosinistra, a partire dal presidente della Conferenza delle regioni, il dem Stefano Bonaccini – quello che proprio blocca Conte è la mancanza di buon senso.

Adolfo Spezzaferro

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4 Commenti

  1. Fanno tanto i precisini e i ponderati su questioni vitali e poi se ne fottobo quando la gente non guadagna o se arrivano ancora imbarcazioni colme di malati… Quando il popolo farà il popolo? Questi politicanti degli annunci non sono altro che lo specchio di QUESTA opinione pubblica che dà il 60% dei consensi a conte…

  2. Secondo gli studi della Meleam spa questo coronavirus era già presente in Italia dall’ottobre 2019, ne ha sofferto il 35 % degli italiani e non ammazza nessuna persona sana.
    Cioè se la piglia con gli immunodeficienti.
    Mi va di crederci.

  3. Questi politici sono evidentemente convinti che se l’Italia fallisce loro potranno sempre prendersi il bello stipendione mentre intorno la gente muore di fame.
    Le regioni dovrebbero semplicemente andare per la loro strada e riaprire, che non gli riesce a BOCCIAre nessuno comunque.La grande differenza è che i governatori sono eletti direttamente dal popolo e quindi se sbagliano pagano mentre i parlamentari sono nominati da capi partito

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