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Roma, 11 lug – Carlo Calenda fa parte della generazione TikTok, i pariolini che si divertono a fare i duri, impegnati per garantire all’umanità un’esistenza felice, senza però averne il phisique du role. È quasi stomachevole attaccarlo: fa tenerezza nel miglior senso del termine, appare come un piccolo supereroe incompreso del tipo “aho ve l’avevo detto”, sebbene in realtà rappresenti i fanatici sorti dal renzismo, nuova classe dirigente gaudiosa, rottamatrice, cazzara e impegnata a scrivere saggi con, sulla copertina, un tizio in bicicletta su di una strada dritta. Che, a sentir loro rappresenterebbe il futuro promettente che ci attende, mentre per noi pessimisti raffigura in realtà il vuoto cosmico che costoro, i TikTok, ci hanno amabilmente concesso.

La generazione Erasmus e/o Bataclan, quella di “imegin ol de pipol”, di “Siamo europei” e della fratellanza universale è stata una delle cause dei cervelli all’ammasso e di una concezione frizzante, fresca e cazzona della politica. Esattamente quella che oggi tiene in vita l’attuale governo di incapaci legato ai sogni di gloria del Renzi, il giovane nato vecchio come se si trattasse di un qualunque Benjamin Button.

Calenda è il solito tic della sinistra

Carlo Calenda si estranea dal teatrino terrificante dei renziani, dei piddini e dei grillini intenti a consumare un’orgia meravigliosa, e si piazza sugli schermi tivù col suo foglietto e col suo programma da ex manager di successo pronto per risollevare le sorti dell’Italietta. Si definisce economista o viene presentato come tale. Ogni tanto, di rado, una giusta la dice, sebbene sia semplice aver ragione cannoneggiando l’esecutivo in essere. Eppoi anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. Pensa seriamente che Salvini sia un idiota, la Meloni idem, che Tremonti non sappia un granché di economia e che alla fin fine chiunque li apprezzi sia il classico tipo da bar.

Il solito tic della sinistra, il senso di superiorità, l’alterigia, l’altezzosità, e Calenda, pur non avendo la faccia a culo come molti, rispetta questo schemino mentale da sempliciotto della Ztl. Quindi si diverte a cazzarare sull’immenso debito pubblico che Salvini avrebbe prodotto durante il suo anno di governo, dimenticandosi naturalmente che dal novembre 2011 solo in quell’anno la destra ha governato, senza per altro esprimere ministri economici o che potessero avere una qualche influenza in tal senso. Quota 100 è all’origine di tutti i mali perché farebbe aumentare la spesa pensionistica, ma il buon Carlo dimentica di specificare che è il sistema pensionistico in sé che fa acqua da tutte le parti e che Quota 100 può aver senso se inserita in un contesto di rivoluzione fiscale grazie alla quale l’imprenditore, il cui dipende se ne va in pensione, ha le possibilità di sostituirlo assumendo da 1,5 a 2 soggetti per ognuno di esso. Non ci pare che il programma da boy-scout di Calenda preveda la rivoluzione fiscale necessaria per invertire questa rotta, e, se si tratta di un programma ambizioso al limite del possibile, sempre meglio chi azzarda rispetto a chi preferisce rimanere inchiodato al vecchio schema delle tasse che redistribuiscono la ricchezza. Quale ricchezza?

L’ipocrita conversione dell’ex renziano

Il governo che istituì gli 80 euro era quello di Renzi con Carlo Calenda allo Sviluppo economico. Ecco, di sviluppo ve ne fu assai poco e tale misura fu finanziata tramite un aumento del debito pubblico, esattamente ciò di cui Calenda accusa i suoi nemici. Fu una misura a scopo puramente elettorale senza alcun costrutto, a differenza di un eventuale shock fiscale finanziato a debito. D’altronde, molti liberisti asseriscono che questa crisi la si possa affrontare solo col debito pubblico, il quale deve però esser creato con criterio. Abbassare le tasse è certamente la madre di tutte le riforme plausibili e necessarie.

A proposito di debito nato ad minchiam. Il governo in cui lavorò Calenda fu quello dei 180mila clandestini accolti e mantenuti dall’Italia. Tre miliardi e mezzo fu il costo annuo di questa operazione suicida. Quelli europeisti-umanitari asserivano che l’Italia godesse di finanziamenti dall’Europa, salvo poi scoprire che Bruxelles inviò soli 300 milioni circa per aiutarci a mantenere l’esercito di afro-islamici che quel governo di illuminati fece arrivar qui. E oggi, l’allora ministro Calenda rimprovera Salvini per non essere riuscito a rimpatriarli tutti durante l’anno di governo gialloverde. Facce toste.

Come quando dà lezioni da manager di successo dopo il successone di Mercatone Uno, la catena di distribuzione non alimentare che, una volta in crisi, venne seguita dall’allora ministro dello Sviluppo economico, appunto Carlo Calenda. La buona parte del perimetro aziendale venne acquistato da Shernon Holding, una strana società costituita pochi mesi prima da due soci italo-svizzeri e controllata a sua volta da una società maltese. I 55 punti vendita della Shernon Holding subirono un contraccolpo forte per via della malagestione, tanto che in meno di 300 giorni il debito accumulato fu di circa 90 milioni di euro. Morale della favola: Mercatone Uno dichiarò fallimento, e buonanotte.

Lorenzo Zuppini

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