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alleanza nazionaleRoma, 27 gen – Per alcuni è stato il momento della verità, per altri un alibi, oppure ancora una passerella, un’occasione di carriera, la fonte di un eterno risentimento o l’attimo giusto per fare outing. Venti anni fa, il 27 gennaio 1995, al centro congressi di Fiuggi, nasceva Alleanza Nazionale. Un evento di cui tanto si è parlato e si continua a parlare, quasi sempre sbagliando categorie.

An, in realtà, era già nata da un po’ quando si tenne l’assise nella cittadina laziale. Il primo accenno al nuovo movimento, chiamandolo con questo nome, lo fece il politologo conservatore Domenico Fisichella sul Il Tempo del 19 settembre 1992, contrapponendo una possibile alleanza di tutte le forze nazionali, variamente intese, contro il raggruppamento dei progressisti, che in quel momento sembrava doversi chiamare Alleanza Democratica (che invece fu solo il nome di un effimero movimentino).

Si era nel pieno del terremoto di Tangentopoli e Gianfranco Fini, che pure per un certo periodo ha avuto quasi fama da statista lungimirante e machiavellico, non aveva capito nulla, limitandosi – in parte a ragione, ma con sguardo miope – a cavalcare l’ondata manettara senza farsi tante domande. Non troppo tempo prima, il programma di Fini era quello di proporre il “fascismo del 2000”, che non voleva dire nulla, così come poi non vorrà dire nulla l’altra scatola vuota della “destra europea”, ma che se non altro aveva ancora il pregio della chiarezza lessicale. Come in tutte le svolte politiche fortunate di Fini, furono gli eventi a dettare l’agenda.

L’11 dicembre 1993 il Comitato Centrale missino approverà ufficialmente il nome di Movimento Sociale Italiano-Alleanza Nazionale. Il nuovo soggetto debutterà vittoriosamente alle elezioni politiche del 1994 come alleato di Forza Italia di Silvio Berlusconi: il partito raggiungerà uno storico 13,4 % e diventerà forza di governo.

Per riempire l’etichetta di contenuti ci sarà tempo, ma questo tempo non arriverà mai. Al bivio se restare fermi o evolvere, An deciderà di non decidere. Di certo non ci sarà gran riflessione a Fiuggi, al congresso fondativo. Poco male, i grandi movimenti non nascono da troppe elucubrazioni, in genere hanno il decisionismo di un capo che supplisce. Ma in An non ci sarà mai neanche quello. Tutte le volte che Fini proverà a metterci del suo, le cose andranno in modo disastroso: dalla coccinella all’Elefantino, fino alla triste parabola di Fli.

A Fiuggi si farà molta caciara sulle mozioni programmatiche di taglio più “culturale”, che abbozzavano il profilo di un buon partito conservatore e cattolico (buono se fossimo nell’Ottocento, ovviamente).
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Qualcuno storcerà un po’ la bocca per l’inserimento di Gramsci nel pantheon nazionale, che forse era una delle pensate meno banali. Si farà in tempo anche a condannare l’antisemitismo, ovviamente, anche se “travestito da antisionismo”. Per la prima volta, un partito poneva come pietra fondativa l’impossibilità di criticare la politica di uno stato. Per la prima volta fuori da Israele, almeno.

Ma in fondo quelle erano tutte “cazzate per turisti”, come direbbe Quentin Tarantino. Il vero congresso di fondazione di An, di fronte ai grandi elettori del partito, avvenne qualche settimana dopo. Il 15 e 16 febbraio del 1995, infatti, Fini si recava ritualmente a Londra per presenziare, sia pur in mezzo a qualche timida protesta del Times, a una conferenza a Chatham House, celebre istituto internazionale di studi strategici in fortissimo odore di massoneria, e a una “colazione di lavoro” presso la Banca Rotschild. Si trattava del pellegrinaggio d’ordinanza, che del resto nello stesso periodo anche gli ex comunisti si apprestavano a compiere.

Intanto un drappello di ex missini, raccolti dietro a Pino Rauti, diede vita all’esperienza della Fiamma tricolore, drenando per lo più i trombati di ogni sezione, anche a prescindere dalla loro radicalità. I risultati politici, culturali e sociali di questa frangia di dissidenza, dopo vent’anni impietosamente fermi allo zero nonostante una base di partenza non esigua in termini di struttura e militanza, dicono già tutto.

Del resto Fiuggi avrà tra le conseguenze nefaste anche quella di fornire l’alibi a tutto un mondo di buoni a nulla. Poiché quelli erano cambiati in peggio, era bene non cambiare. Poiché quelli avevano tradito, basta non essere dei loro per non essere un traditore. Più in qua negli anni, questo meccanismo si riprodurrà sulla pelle del solo Fini: tutto il male veniva raccolto nello spazio puntiforme di un’unica persona, tutti gli altri venivano assolti per il solo fatto di non essere Gianfranco Fini. Anche chi ne aveva condiviso ogni passo, persino quelli più umilianti. Anche chi, avendone avuto la possibilità, avrebbe fatto di peggio. Era un modo come un altro per non farsi domande, per non diventare mai radicali per davvero. Un gigantesco giubileo permanente, dove si largheggerà in indulgenze plenarie. Per salvare l’anima a molti è bastato riunirsi negli scantinati e dire “Fini boia”.

Perché, poi? Perché Fini aveva portato il Msi a Fiuggi. Meno scalpore aveva fatto, vent’anni prima, l’ingresso nello stesso Msi dell’ammiraglio Birindelli, ex-comandante delle forze Nato del Mediterraneo, o del generale De Lorenzo, noto antifascista. Nel ’71 il Msi aveva avviato i contatti con il partito monarchico, contatti che sfoceranno nella presentazione di liste comuni alle elezioni del 1972, e nell’unificazione dei due partiti, votata all’unanimità dal Consiglio Nazionale monarchico del 8-9 luglio 1972. Nel Congresso del 1973 Almirante aveva potuto dichiarare profeticamente: “Noi stiamo diventando il centro-destra”. Nel 1973 era poi scomparsa la clausola che qualificava l’appartenenza alla massoneria come incompatibile con l’iscrizione al partito. Sulla politica estera, meglio stendere un velo pietoso.

Insomma, che cosa aveva davvero cambiato Fiuggi? Nulla. Certo, il Msi restava pur sempre un collettore di forze radicali che vivacchiavano nel partito nonostante il partito. Ma la stessa identica cosa accadrà in An. Il peccato originale dei fiuggini, a ben vedere, era stato quello di praticare lo stesso opportunismo dei vent’anni precedenti, ma stavolta con risultati cospicui in termini di quote di potere. Basta abiure per nulla, che almeno arrivi una poltrona. Le poltrone arrivarono, copiose. Il che non è un male, anzi. Basterebbe che poi si facesse politica, anche tollerando una quota fisiologica di cazzi propri da sbrigare. Ma politica, An non la farà mai. In compenso farà molti cazzi propri.

Vent’anni dopo si fatica a isolare il contributo della destra postfascista alla parabola berlusconiana. Il centrodestra Arcore-centrico sarebbe in fondo stato pressoché identico, senza gli ex missini. In taluni casi, sarebbe persino stato meglio. Per il resto, non un giornale, una cooperativa, una struttura, un’idea, una legge, un segno anche solo simbolico lasciato se non nella storia, almeno nella cronaca, viene in mente. A meno che per segno simbolico non si intenda La Russa che strilla “culattone” a un ragazzino supponente.

Il 27 gennaio 1995, quando il Msi visse gli ultimi istanti di vita, una frangia di irriducibili romantici si attarderà nella platea cantando fuori programma “Il domani appartiene a loro”. Gli sarebbe appartenuto davvero, almeno per 20 anni, ma non avrebbero saputo cosa farci.

Adriano Scianca

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