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CameronRoma, 20 feb – Saranno gli elettori britannici a decidere sulla possibilità della Brexit: il 23 giugno si terrà infatti il referendum sulla permanenza o meno del Regno Unito nell’Ue. Lo ha annunciato il primo ministro conservatore, David Cameron, a margine di una riunione straordinaria del governo svoltasi oggi dopo l’accordo di Bruxelles della scorsa notte su quello che Downing Street definisce “il nuovo status speciale della Gran Bretagna” all’interno del Club dei 28. “Andrò in Parlamento e proporrò che il popolo britannico decida il nostro futuro in Europa attraverso un referendum giovedi 23 giugno”, ha dichiarato parlando davanti alla sua residenza al numero 10 di Downing Street. Il Consiglio dei ministri ha approvato la decisione di raccomandare l’adesione del Regno Unito a un’Europa riformata. Dal canto suo, Cameron ha fatto sapere come la pensa: “Lasciare l’Europa minaccerebbe la nostra sicurezza economica e nazionale”, ha aggiunto il primo ministro britannico.

Ma intanto il suo governo si spacca: sono almeno sei i componenti dell’esecutivo Tory – cinque ministri e un sottosegretario – che intendono votare a favore della Brexit e in dissenso dal premier al referendum annunciato oggi per il 23 giugno sulla permanenza o meno di Londra nell’Ue. Il personaggio di maggior spicco è Michael Gove, titolare della Giustizia. Ma pesano anche i nomi di Iain Duncan Smith (Lavoro), di John Whittingdale (Cultura) e di Chris Grayling, capofila storico degli euroscettici nel gabinetto. “L’Ue – ha detto quest’ultimo – tiene indietro questo paese. Non possiamo controllare le nostre frontiere, limitare il numero di persone che arrivano, stringere accordi commerciali. Non credo che riusciamo a prendere decisioni nel nostro interesse nazionale quando siamo parte dell’Ue”.

Oltre alla questione Gran Bretagna, il vertice Ue vede un tutti contro tutti sulla questione del controllo delle frontiere. Austria e Ungheria proseguono con la politica di chiusura delle frontiere: Budapest chiuderà per trenta giorni i suoi tre passaggi di frontiera ferroviari con la Croazia, mentre Vienna ha iniziato la stretta sugli ingressi dei migranti, con tanto di quote massime giornaliere per i nuovi ingressi, che però Bruxelles ha definito “illegale”. Anche Berlino punta i piedi e minaccia reazioni contro i Paesi che “dovessero tentare di trasferire i problemi comuni unilateralmente e sulle spalle dei tedeschi lo troveremmo inaccettabile e sarebbe incassato da parte nostra alla lunga non senza conseguenze”.

Anche Renzi ha invitato tutti i Paesi a farsi carico dei problemi comuni: “O siete solidali nel dare e nel prendere. Oppure smettiamo di essere solidali noi Paesi contributori. E poi vediamo”, avrebbe detto, scatenando l’ira di polacchi e ungheresi, secondo cui quello del premier italiano sarebbe un “ricatto”, secondo i primi, e una “minaccia”, per i secondi. “Con i Paesi dell’Est non c’è nessun ricatto. Ma la solidarietà è double face, non unidirezionale: bisogna prendere, ma anche dare”, ha replicato Renzi.

Giuliano Lebelli

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