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alitalia incidente crisiRoma, 15 apr – Era uno dei tanti orgogli d’Italia, con il tricolore di coda in volo in ogni parte del mondo. La crisi, la concorrenza delle compagnie a basso prezzo, l’incapacità da parte del governo e dell’imprenditoria italiana, insieme ai capitali che per qualche motivo avrebbero dovuto salvare la compagnia solo in quanto stranieri: una miscela micidiale per Alitalia, la fu compagnia di bandiera ormai ridotta ad un baraccone che sta in piedi solo per inerzia. E che si prepara all’ennesimo piano fatto di tagli e piani industriali sempre promessi ma mai concretamente attuati.

Sono circa 1000 i licenziamenti previsti a questo giro, oltre a 1700 mancati rinnovi di contratti a tempo determinato che portano così il totale di posti di lavoro persi a quasi 3000. Segue il taglio dell’8% delle retribuzioni, la riduzione del personale sulle rotte a lungo raggio e minori turni di riposo. La lunga trattativa conclusa la notte scorsa ha permesso di salvare 300 lavoratori e di non procedere, inoltre, con l’esternalizzazione chiesta dall’azienda delle attività di manutenzione.

Il confronto Alitalia – sindacati, con la mediazione del governo, è stato serrato, spesso vicino alla rottura. E a cosa porterà? A risparmiare 80 milioni, che diventano forse 100 nelle migliori ipotesi. Tutto risolto, dunque? Neanche per idea. Alitalia, ad oggi, perde infatti qualcosa come più di un milione al giorno, che diventano oltre 400 milioni ogni 12 mesi e ha bruciato 10 miliardi di soldi pubblici e altri 3 miliardi solo negli ultimi cinque anni. Se il piano dovesse andare in porto, a conti fatti la compagnia rimarrebbe con un rosso di bilancio strutturale da almeno 300 milioni. Una perdita mostruosa, frutto di scelte a dir poco avventate come la pretesa di riuscire a rintuzzare le varie Ryanair ed EasyJet sul mercato dei voli nazionali ed europei, sfida destinata a sicura sconfitta già in partenza. Nel frattempo i promessi investimenti sulle rotte intercontinentali – le uniche che nel panorama attuale garantiscono margini di profitto per un vettore ‘standard’ – non sono arrivati, nonostante le rassicurazioni del nuovo socio forte Etihad. Niente nuovi aeromobili per il lungo raggio, nessun piano industriale con una minima parvenza di fattibilità. Si sgretola così l’impianto accusatorio lanciato a suo tempo contro i ‘capitani coraggiosi’: non basta la provenienza del capitale (a patto che non sia italiano, ca va sans dire) per garantire il successo delle operazioni, se poi a queste continue iniezioni di liquidità non si sa dare né corpo né anima.

Filippo Burla

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