Roma, 4 mag – Due anni di amministrazione straordinaria e l’ennesimo rinvio per la ricezione delle offerte che i commissari di Alitalia sanciranno oggi. Correva l’anno 2017 quando, fallito il matrimonio con Etihad, la nostra (fu) compagnia di bandiera venne posta sotto tutela pubblica. Obiettivo cercare di risanare i conti per poi procedere ad un nuovo tentativo di vendita.

Il balletto dei potenziali investitori

Nel corso degli ultimi mesi attorno alle sorti di Alitalia si è scatenata una ridda di ipotesi difficile da leggere con chiarezza. Prima Lufthansa, poi EasyJet, addirittura si parlava di Ryanair. Fino all’assetto (quasi) definitivo che ruota attorno a Ferrovie dello Stato.

Il gruppo delle strade ferrate è disposto ad impegnarsi per il 30% del vettore, con un’ulteriore analoga quota da dividersi (15 e 15) tra ministero dell’Economia e Delta Airlines. Resta così il 40% del capitale ancora da coprire. Qui dovrebbe subentrare il socio – industriale o finanziario – forte. La domanda è: chi?

Atlantia alla finestra (in cambio della concessione su Autostrade?)

Ferrovie, incaricata di sondare il terreno alla ricerca dell’investitore “pesante”, non sembra aver trovato nessuno disposto ad investire in una compagnia che aspetta da anni, ancora prima di definire l’assetto proprietario, un serio piano industriale. Facendo così slittare ulteriormente il termine per il deposito delle offerte vincolanti, che era già stato spostato al 30 aprile.

Nella partita si riaffaccia in questo modo Atlantia. La società capogruppo di Autostrade per l’Italia avrebbe adesso buon gioco a presentarsi come “cavaliere bianco” pronto a sobbarcarsi l’onere dell’ultimo tentativo di salvataggio di Alitalia. Il suo interesse non è una novità, ma a questo giro arriva la conferma anche del ministro delle Infrastrutture e titolare del dossier, Danilo Toninelli. Colloqui sarebbero in corso, anche se l’Ad della società nicchia parlano di difficoltà nell’aprire un ulteriore fronte.

Non che Atlantia non abbia una qualche sorta di coinvolgimento diretto o indiretto nelle sorti di Alitalia. Anzi, e per due motivi. Anzitutto, controlla il 95% di Aeroporti di Roma, con lo scalo di Fiumicino che rappresenta l’hub (e quindi una fonte di introiti certi per Adr) della compagnia. In secondo luogo, con il governo è ancora in ballo il dossier sulle concessioni autostradali, messe in discussione dopo la tragedia del Ponte Morandi.

Se Atlantia fosse della partita per togliere all’esecutivo le castagne dal fuoco, indubbiamente ciò andrebbe a raffreddare le tensioni che covano da allora sotto la cenere. Toninelli nega, assicurando che i dossier sono distinti e non si sovrappongono. Ma a gennaio garantiva anche che per quest’anno non avremmo assistito alla classica sequela di rincari dei pedaggi. Poi sappiamo com’è andata a finire.

Filippo Burla

4 Commenti

  1. La mia proposta di chiudere definitivamente gli aereoporti, come vedo, sarebbe ancora una mossa tattica, daremo (in primis) di nuovo più importanza ai confini ed ai nostri veri vicini piuttosto che gente oltreoceano che se ne sbatte altamente di noi, ora dimostrate pure nuovamente che “il povero comune mortale italico” non abbia niente da dire di costruttivo…

  2. È lo “scugnizzo” che fa tanto il sapientino, ma è solo la caricatura di quei personaggi azzimati delle commedie di De Filippo.

  3. Benetton… Atlantia… Be’, con Alitalia è un passo avanti. Se non altro, un aereo che precipita è più “normale”, fa meno scalpore di un viadotto che crolla. Almeno da un punto di vista d’immagine ci si guadagna.

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