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Roma, 4 mag – Il Parlamento Europeo è solo una, e probabilmente la meno importante, delle istituzioni che governano l’Unione Europea. Il suo ruolo è quello di cooperare con il Consiglio d’Europa (formato dai ministri degli stati membri) e deliberare sulle proposte di legge elaborate dalla Commissione Europea.

Tuttavia l’assegnazione dei 751 seggi assume quest’anno particolare importanza in quanto per la prima volta dalla sua esistenza, vi è la possibilità di una forte affermazione dei partiti considerati a vario titolo euroscettici.  Non esiste un fronte unito che possa essere considerato decisamente antieuropeo ma una galassia piuttosto variegata di formazioni con rivendicazioni piuttosto diverse tra loro che vanno dall’esplicita volontà di uscire dall’Unione Europea e dalla moneta unica, ad un controllo più rigido sui flussi migratori fino ad arrivare a posizioni più moderate che si limitano a richiedere una minore influenza dell’Europa sulle politiche dei singoli stati membri.

Vediamo di fare un po’ di chiarezza tra i vari movimenti e partiti che si presenteranno alle elezioni europee che si terranno dal 23 al 26 maggio 2019.

Le forze sovraniste

Sgombriamo subito il campo da equivoci: le forze che realmente si oppongono alla moneta unica e che hanno nel loro programma l’uscita da questa Unione Europea non sono molto numerose.

In Italia solamente Casa Pound si presenta con un programma che prevede esplicitamente l’ipotesi Italexit e dovrà superare lo scoglio del previsto sbarramento fissato al 4%. Tra le altre forze che mirano all’uscita del proprio paese dall’Unione e che hanno la concreta possibilità di entrare nel Parlamento Europeo troviamo in Grecia i nazionalisti di Alba Dorata, i danesi del Partito del Popolo, i cechi del Partito della Libertà e della Democrazia diretta, i fiamminghi del Vlaams Belang, il Partito dei veri finlandesi e il Partito della Gente in Estonia, tutti questi movimenti dovrebbero eleggere almeno due rappresentanti a testa.

Esistono poi una serie di formazioni che si presentano per la prima volta o che nelle previsioni sono al limite del quorum richiesto come i ciprioti di Elam, i danesi dell’Alleanza Rosso Verde, il neogollista Debout la France di Nicolas Dupont-Aignan che pur da posizioni più moderate è fortemente sovranista, e la costola fuoriuscita da Jobbik in Ungheria, il movimento Casa Nostra. Un altro paio di seggi dovrebbero uscire da tutti questi partiti.

Un discorso a parte merita l’Olanda, dove le due principali forze politiche, il Partito della Libertà di Geert Wilders e il Forum per la Democrazia pur essendo fondamentalmente conservatori ed economicamente liberisti, sono entrambi a favore di un referendum per l’uscita dell’Olanda dall’Unione Europea e dovrebbero portare un totale di una decina di rappresentanti al Parlamento Europeo.

Populisti ed euroscettici

Vi sono poi un cospicuo numero di partiti e movimenti per i quali l’uscita dall’Europa non è più una priorità (o non lo è mai stata) ma in qualche modo si definiscono euroscettici volendo quanto meno cambiare in maniera radicale questa Europa, soprattutto per quanto riguarda la politica economica e la gestione dei migranti.    In questo caso il panorama è particolarmente variegato ed assume posizioni anche molto diverse.

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La Lega di Salvini sarà probabilmente il partito più rappresentato al Parlamento Europeo, nonostante non si parli più di abbandonare la moneta unica ha da sempre posizioni fortemente critiche verso l’Europa, insieme al francese Rassemblement National di Marine Le Pen costituirà il nocciolo duro dei movimenti che puntano ad avere meno ingerenze europee nelle politiche nazionali.  Entrambi dovrebbero vincere in termini percentuali le elezioni nei rispettivi paesi e mandare una cinquantina di rappresentanti a Bruxelles.

Sulla stessa linea troviamo il Partito della Liberta (FPÖ) austriaco, che pur essendo forza di governo si oppone a questa Unione Europea e alle sue politiche ultraliberiste.  Con il 25 % di consensi dovrebbe ottenere almeno 5 seggi.

Anche Alternative fur Deutschland dovrebbe superare i 10 rappresentanti, partendo da posizioni nazionaliste e anti islam, minaccia di spingere per l’uscita della Germania dall’Unione Europea se non si inizierà un processo di riforme sostanziali.

Curioso il caso del partito di Viktor Orban in Ungheria, pur facendo parte Fidesz del Partito Popolare Europeo, viene considerato da sempre molto scettico nei confronti dell’Europa. Le recenti diatribe con l’Unione Europea che ha minacciato sanzioni contro il governo ungherese reo secondo i burocrati di Bruxelles di andare contro gli ideali fondanti dell’UE, potrebbero portare i 14-15 europarlamentari previsti ad aderire al blocco antieuropeo, insieme ai compatrioti di Jobbik che pur smussando notevolmente le loro posizioni si possono considerare a tutti gli effetti una forza contraria a questa Europa.

Su posizioni molto simili il partito polacco Legge ed Ordine (Pis), che pur dichiarandosi “Euro realista” ha recentemente inasprito le sue posizioni chiedendo di invertire il processo di integrazione europea a favore di una più marcata sovranità nazionale.  Con il 40% dei consensi dovrebbe eleggere almeno una ventina di eurodeputati.

Altri seggi arriveranno dai fiamminghi della NVA, dai Democratici Svedesi e dagli spagnoli di Vox, la cui posizione però sembra limitarsi ad una generica rivendicazione di maggiore sovranità più che ad una richiesta di abbandono dell’Unione Europea.

Vi è poi il caso tutto italiano del Movimento 5 Stelle, in origine fortemente critico nei confronti dell’Euro, oggi sembra molto lontano da quelle posizioni, ma rimane sempre un partito in qualche modo contrario alle ingerenze continue della Commissione Europea nelle politiche nazionali, anche se in questo caso le motivazioni sembrano esclusivamente di natura elettorale.

La sinistra anti Europa

Ma la critica verso l’Unione Europea non è proprietà esclusiva dei movimenti sovranisti e populisti, esistono una serie di partiti dichiaratamente di sinistra che si sono schierati apertamente contro questa idea di Europa.

La sinistra radicale di Melenchon in Francia ad esempio è da sempre fortemente critica verso i trattati europei, di cui ne auspica una riforma in temi di politica monetaria e di politiche agrarie, ed ipotizzando addirittura un piano B che preveda l’uscita unilaterale della Francia dall’Unione.

Allo stesso modo il movimento di estrema sinistra Die Linke in Germania pur non essendo così contraria all’UE, ha progressivamente adottato una politica populista, volta a minarne l’autorità, soprattutto nei temi di politica estera, auspicando con decisione l’uscita dell’Europa dalla Nato.

E la Gran Bretagna?

In seguito al referendum sulla Brexit del 2016 e la conseguente uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna prevista inizialmente per il 29 marzo 2019, le elezioni europee non si sarebbero dovute tenere.

Tuttavia il Consiglio d’Europa e il governo britannico hanno raggiunto un accordo per spostare il termine ultimo per la Brexit al 31 Ottobre del 2019. In questo modo si sono dovute pianificare le elezioni per il Parlamento Europeo che si terranno il 23 maggio.  Sembra comunque che il governo di Theresa May stia provando ogni strada per provare ad uscire dalla UE prima di quella data per evitare le elezioni ed il conseguente rischio politico di una brutta figura.

Si annuncia infatti una clamorosa affermazione del neonato Brexit Party di Nigel Farage, che potrebbe diventare il primo partito con oltre il 25 % dei consensi, ed ottenere insieme all’UKIP tra i 20 e i 25 seggi al Parlamento Europeo sul totale di 73 che spettano alla Gran Bretagna.

Nel caso invece la Brexit dovesse avere effetto ad una data precedente alle elezioni alcuni dei seggi  spettanti alla Gran Bretagna verranno riallocati ed altri eliminati, in modo da non cambiare il peso dei paesi membri all’interno del Parlamento Europeo.

I numeri contano

Ovviamente un’affermazione delle forze euroscettiche avrà conseguenze diverse in base al numero di seggi occupati nel Parlamento Europeo. Ad oggi non sembra possibile una affermazione maggioritaria di queste forze in tutti i paesi, rimanendo solidi anche se in deciso calo i grandi blocchi del Partito Popolare Europeo e dei Social Democratici.  Ma i sondaggi più recenti dando per certa una avanzata globale di queste forze, prefigurano due scenari possibili:

– Un successo che garantisca più di un terzo dei seggi, tra il 33% e il 49 % dei consensi

– Una vittoria meno ampia e più frammentata, con una percentuale di seggi tra il 20% e il 33%

Nel primo caso si potrebbe formare una minoranza molto qualificata che sarebbe in grado di bloccare molte delle procedure europee, rendere estremamente difficoltoso la delibera di leggi e regolamenti, influenzare la politica estera dell’Unione Europea, oltre ad avere diritto a nominare un terzo dei commissari nelle potentissime commissioni.

Ma l’effetto politicamente più rilevante sarebbe la possibilità di bloccare l’art. 7 del Trattato dell’Ue, che prevede la possibilità di applicare misure preventive o vere proprie sanzioni nei confronti dei Paesi membri che si ritenga violino i valori fondanti della stessa Unione.  Procedura richiesta due volte nel 2018 nei confronti di Polonia e Ungheria viste come minaccia all’esistenza stessa di questa Europa. Ebbene un terzo dei voti nel Parlamento Europeo sarebbe sufficiente a bloccare questa possibilità.

Nel caso di una affermazione più modesta lo scenario cambierebbe radicalmente, e sarebbe possibile solamente una forma di pressione sulle Commissioni, la possibilità di ostacolare (ma non di bloccare) le nomine dei Commissari e presentare eventuali mozioni di sfiducia.

Per questo motivo è importante che tutti i sostenitori della causa sovranista si presentino al voto con le idee chiare, potrebbe essere l’ultima possibilità per dare un segnale forte nei confronti di questa Unione Europea che sembra non voler cedere un millimetro dalle sue folli politiche di rigore e austerità.

Claudio Freschi

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