Torino, 7 mag – Ci sarebbe un’altra potenziale defezione dal Salone del Libro 2019 dopo quelle confermate di Raimo, Zerocalcare, i Wu Ming e la presidente dell’Anpi, in seguito alla bufera provocata dalla pericolosissima presenza di uno stand della casa editrice Altaforte alla kermesse culturale torinese. Una defezione che per ora è una minaccia sotto forma di aut aut, ma che rischia di pesare molto più dell’assenza dei personaggi appena nominati. Come riporta stamattina La Stampa, al carrozzone si è infatti aggiunto “il pezzo da cento”: ovvero, Piotr M.A. Cywiński, direttore del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, che ha firmato una lettera indirizzata al Comune di Torino – sottoscritta anche dalla sopravvissuta al lager Halina Birenbaum e dal presidente e dall’ideatore del «Treno della memoria», cioè Paolo Paticchio e Michele Curto.

La lettera

In tale missiva Cywiński richiede fermamente all’amministrazione di scegliere tra la presenza al Salone del libro di Halina Birembaun e del museo di Auschwitz oppure quella di Altaforte. «Non si può chiedere ai sopravvissuti di condividere lo spazio con chi mette in discussione i fatti storici che hanno portato all’Olocausto, con chi ripropone una idea fascista della società», afferma il direttore, perché «non si tratta, come ha semplificato qualcuno, del rispetto di un contratto con una casa editrice, bensì del valore più alto delle istituzioni democratiche, della loro vigilanza, dei loro anticorpi, della costituzione italiana, che supera qualunque contratto». Senza mezzi termini la lettera chiede che il contratto con la casa editrice di Francesco Polacchi venga rescisso. 

L’ago della bilancia

Il contratto, stipulato dall’organizzazione del Salone, è stato regolarmente registrato e lo spazio all’interno del Lingotto è stato pagato da Altaforte ben prima che la sua presenza diventasse un caso politico. Ieri sera, nel frattempo, ha avuto luogo una riunione che ha visto come protagonisti tutti i vertici del Comitato di Indirizzo del Salone. Il responso rimane il medesimo, anche a fronte delle ultime affermazioni di Polacchi: «Le dichiarazioni non spostano l’asse. Nessuna lo fa. Sappiamo che è una provocazione ma il Salone resta aperto a tutti». Ma la lettera del direttore del museo di Auschwitz rappresenta ora un nuovo elemento in grado di spostare l’ago della bilancia di una situazione che appare ben lontana da una soluzione che accontenti tutti.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

3 Commenti

  1. …..“O noi o Altaforte”..…Estikazzi…pensa che bisogna rispettare loro decisione….

  2. O noi o Altaforte? Altaforte senza alcun dubbio.Enti stranieri che vogliono escludere chi non gli piace perchè non promuovono i loro temi possono starsene a casa.

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