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Roma, 23 gen – I primi effetti del decreto Sicurezza iniziano a mostrarsi. Ieri nel Cara di Castelnuovo di Porto, comune alle porte di Roma, sono iniziate le operazioni di trasferimento di circa 300 immigrati ospitati nel centro, dal momento che dovrà chiudere entro il 31 gennaio. La struttura è la più grande d’Italia dopo il Cara di Mineo in Sicilia. Nella mattinata di ieri alcune decine di persone sono state caricate su degli autobus e smistati in Basilicata, mentre i titolari di permesso umanitario dovranno cavarsela autonomamente.



Le operazioni di trasferimento hanno suscitato le proteste di sindaco e varie associazioni: “In 24 ore è stato smantellato quanto di buono era stato fatto in questi anni”, ha denunciato Riccardo Travaglini primo cittadino di Castelnuovo, rivendicando di aver contribuito all’accoglienza di 8mila richiedenti asilo sul suo territorio. La cooperativa Auxilium, che si occupava della gestione della struttura, ha lamentato la perdita dei 107 posti di coloro che lavoravano nel Cara. “Fra poche ore decine di persone si troveranno a girovagare per le strade di provincia a due passi da Roma, in pieno inverno: questa non è sicurezza”, annuncia una nota del Comune. “I bambini e gli adulti verranno confinati, senza aver consentito loro nemmeno di salutare i compagni di classe, i compagni di squadra o i nuovi amici del paese. Alcuni sono titolari di permessi di soggiorno, altri senza carta d’identità”.

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Non potevano mancare gli interventi del sacerdote Padre Torres contro i trasferimenti in atto. Il parroco chiede che “non vengano trattati come bestiame”. Ieri un corteo di giovani, sindacati e associazioni è partita dalla parrocchia in direzione dell’ormai ex centro di accoglienza. “Vogliamo esprimere solidarietà a questi poveri ragazzi, non sappiamo dove andranno a finire almeno 200 persone”, ha detto padre Torres, “ci preoccupano molto gli effetti su coloro che non hanno ottenuto lo status di rifugiati e hanno i permessi umanitari in scadenza, dove andranno?”. “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”: hanno affermato, citando il vangelo di Luca, i frati di Assisi in un tweet indirizzato ai vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio e al premier Giuseppe Conte.

I detrattori del decreto Sicurezza hanno inondato di rabbia i social, ed espresso solidarietà agli immigrati, arrivando a parlare addirittura di “deportazioni”. Termine ripreso anche da svariati parlamentari Pd. Inoltre, 25 senatori Dem presenteranno un’interrogazione al ministro dell’Interno, Matteo Salvini, perché risponda della chiusura del centro. “Viene chiusa una struttura di integrazione che in questi anni ha raccolto diversi riconoscimenti, e che ha permesso di salvare e aiutare 8 mila profughi, tra i quali 700 minori”, spiega la senatrice Annamaria Parente.

Nocciolo della questione sarebbero anche le tempistiche e la logistica dei trasferimenti, ma il prefetto di Roma Paola Basilone restituisce la palla al mittente, chiarendo come da mesi fosse “tutto programmato, il ministero ha dato ordine di trasferire 300 migranti. Il contratto di gestione, che è già stato prorogato cinque volte, scade il 31 gennaio”, ha dichiarato ad AdnKronos. “Il piano di svuotamento del centro disposto dal ministero va nella direzione della conclusione del rapporto, prorogato ad aprile scorso, con la cooperativa Auxilium”. In serata Salvini ha spiegato in un video su Facebook “Chiudiamo una struttura ormai sovradimensionata, risparmiamo il milione di euro del contratto di affitto e i cinque milioni della gestione annua”. Stamattina dovrebbe partire dalla struttura un gruppo di altre 75 persone, la destinazione non è ancora stata rivelata.

Cristina Gauri

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2 Commenti

  1. E’ necessario creare per gli immigrati condizioni di vita difficilissime. In questo modo possiamo sperare che se ne vadano autonomamente dall’Italia (dato che pare impossibile rimpatriarli coattivamente).
    Di certo, farli alloggiare in albergo o pagare loro l’affitto – come nel caso sciagurato dei cannibali di Macerata – non è il miglior sistema per disincentivarne l’arrivo.

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