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Roma, 16 apr – L’emergenza coronavirus gonfia i prezzi dei beni alimentari, con il costo di frutta e verdura salito a marzo a un tasso 40 volte superiore rispetto al dato medio dell’inflazione diffuso dell’Istat. A lanciare l’allarme è la Coldiretti. Dalle mele alle patate, l’aumento dei prezzi per i consumatori ad un tasso superiore di 40 volte quello dell’inflazione è un pericoloso segnale sullo sconvolgimento in atto sul mercato di frutta e verdura con le difficoltà nelle esportazioni, la chiusura delle mense e dei ristoranti e la mancanza di lavoratori stagionali stranieri (almeno 200mila) che alimentano anche speculazioni con compensi che in molti casi non coprono neanche i costi di produzione degli agricoltori.

In difficoltà 4 aziende su 10

Nello specifico, sulla base dei dati Istat relativi all’inflazione a marzo si evidenziano rincari del 3,7% per frutta e verdura, con punte del 4% per le mele e del 4,1% per le patate, a fronte del dato medio sull’inflazione in discesa allo 0,1%. Quasi quattro aziende ortofrutticole su dieci (38%) sono in difficoltà secondo l’analisi Coldiretti/Ixè anche per il cambiamento delle modalità di acquisto con gli aumenti mensili di spesa che vanno dal +14% per la frutta al +24% per gli ortaggi nei supermercati che non hanno compensato le perdite all’estero e nella ristorazione.

“Comprate prodotti made in Italy”

Ecco perché per aiutare il made in Italy in questo momento di grave difficoltà, Coldiretti consiglia di acquistare direttamente dagli agricoltori nelle fattorie e nei mercati di Campagna Amica – che in molte città ha organizzato anche servizi di consegna a domicilio – ma anche nei negozi e nei centri della grande distribuzione privilegiando l’acquisto di frutta e verdura nazionali riconoscibile dall’obbligo di indicare l’origine su etichette e cartellini.

Jobincountry: in poche ore già 400 candidati per il lavoro nei campi

In poche ore di operatività per il portale “Jobincountry”, sono stati inseriti già quasi 400 curriculum da parte di persone che hanno offerto la propria disponibilità ad impegnarsi nelle campagne, dove sono a rischio le raccolte con il blocco delle frontiere ai lavoratori stranieri che arrivano ogni anno dall’estero. L’associazione dei coltivatori diretti corre ai ripari e per combattere le difficoltà occupazionali, garantire le forniture alimentari e stabilizzare i prezzi ha varato questa banca dati autorizzata dal ministero del Lavoro, con gli italiani che si rendono disponibili per le aziende agricole che assumono.

Ma come? Il lavoro nei campi non era uno di quelli che gli italiani non volevano più fare? Evidentemente la realtà dei fatti è un’altra rispetto alla narrazione degli immigrazionisti.

Ludovica Colli

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