Roma, 11 apr – “La situazione d’emergenza, con conseguenze sui flussi migratori, così come il riaffacciarsi dello spettro dell’insorgenza terroristica, impongono determinazione e rapidità d’azione”, a dirlo è il premier Giuseppe Conte nell’informativa sulla Libia. Tutto assolutamente vero quanto scontato, perché la guerra nella nostra ex colonia (e il recente passato sta lì a ricordarcelo ogni giorno) è con tutta evidenza un dramma per l’Italia. Avevamo elencato i rischi in un nostro precedente pezzo e sono esattamente quelli citati oggi da Conte, che ha però omesso la questione energetica legata alle fondamentali attività in loco dell’Eni.

Soltanto due opzioni

La “determinazione” e la “rapidità d’azione” invocate dal premier sono senz’altro necessarie, ma non si capisce in che modo intenda procedere il governo, visto che sussistono unicamente due opzioni per evitare che la situazione degeneri: un’efficace azione diplomatica o un intervento militare italiano. Posto che la prima in linea teorica sarebbe sempre preferibile, l’incapacità sin qui mostrata di stabilizzare la Libia e la negativa risposta avuta dalle parti in causa nel conflitto, non sembrano offrire ulteriori spiragli a questa soluzione. A meno che il governo italiano non intenda attendere ancora, rischiando di trovarsi di fronte all’ennesimo scacco matto ai nostri interessi, a un’altra ondata di clandestini e a probabili infiltrazioni terroristiche. E’ insomma abbastanza inutile sottolineare che si tratta di un’emergenza, come ha rimarcato Conte, se non ci si muove per risolverla subito. Altrimenti non si chiamerebbe emergenza.

Gli appelli non bastano più

“Non vi sono interessi economici o geopolitici che possano giustificare derive militari ed in ultima analisi il rischio di una guerra civile. La violenza genera violenza, genera ferite che difficilmente si rimarginano e non serve in ultima analisi né gli interessi della popolazione, né quelli della comunità internazionale”, ha poi aggiunto Conte durante l’audizione alla Camera. Di conseguenza, ha precisato il premier: “Non ci possono essere ambiguità e mistificazioni, a maggior ragione in un momento così critico”. Tutto condivisibile, ma restiamo fermi sul piano della disamina sviscerata da chi a fine 2018 parlava del 2019 come “l’anno della svolta” per la Libia.

Siamo ad aprile e pare proprio che l’unica svolta sia stata un drastico peggioramento di una situazione già instabile. Ora, si può certo attendere la manna dal cielo. Si può anche invitare tutti a scendere a più miti consigli. Ma la realtà ci dice che i meri appelli rischiano di cadere nel vuoto, un vuoto decisamente pericoloso.

Eugenio Palazzini

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