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Roma, 25 nov – La crisi Mps? Cercatela nella Fondazione che per decenni ha controllato la banca. E che da sempre è stata espressione di potentati – locali e nazionali – targati Partito Democratico.  É questo il duro atto d’accusa di Banca d’Italia – per bocca del responsabile vigilanza Carmelo Barbagallo, ascoltato in commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario – contro la dissennata gestione del più antico istituto al mondo, portato ad un passo dal fallimento dalle ingerenze a firma Ds prima e Pd poi.

La ricostruzione della vicenda parte da lontano, quando nel 2008 Mps acquistò da Santander Banca Antonveneta. L’assegno versato agli spagnoli – 16 miliardi – era sproporzionato rispetto al valore reale, che si aggirava attorno alla metà. Nonostante ciò, ha spiegato Barbagallo difendendo l’operato della vigilanza di Via Nazionale, “Mps ce la poteva fare” visto che all’epoca il Monte era ancora in ottimo stato di salute: “Guadagnava tanto, nel 2007 1,3 miliardi”. Una redditività che non è venuta a mancare anche negli anni successivi: 953 milioni gli utili del 2008, 220 l’anno successivo e quasi un miliardo di euro nel 2010.

Da lì in avanti, con la crisi del debito sovrano, il quadro cambia però di colpo. L’operazione Antonveneta si rivela, col senno di poi, devastante: Monte dei Paschi, che a ruota di Unicredit e Intesa aveva tentato la strada delle acquisizioni di altre banche per diventare il terzo polo italiano del credito, si ritrova così in seria difficoltà. I bilanci non mentono, con perdite mostruose da 4,7 e oltre 3 miliardi fra 2011 e 2012. E la Fondazione – nella quale, come dichiarò ai magistrati l’ex presidente Gabriello Mancini, “decideva tutto il Pd” – che fino ad allora aveva controllato il 49% del capitale di Mps, ha un ruolo non di secondo piano: “Ha inteso mantenere a lungo – ha proseguito Barbagallo – una posizione di dominio, erodendo il proprio patrimonio e indebitandosi”, chiedendo alla banca “politiche di sostegno incondizionato del reddito che sono risultate di difficile perseguimento per l’onerosità dell’impegno finanziario che ne è conseguito e per il progressivo aggravarsi della crisi e rendevano il bilancio della banca fortemente esposto ai rischi finanziari”. La Fondazione, insomma, ha spolpato il Monte per mantenerne il controllo, tentativo non riuscito visti le numerose iniezioni di fondi freschi necessari per salvare la banca. Aumenti di capitale che hanno fortemente diluito la presenza della Fondazione nell’azionariato fino al misero 0,10% detenuto oggi. I sogni di grandeur di Palazzo Sansedoni e del Pd si sono così infranti in un brusco risveglio. In compenso, però, hanno rischiato di far sparire Mps dopo oltre 500 anni di storia.

Filippo Burla

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